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l’isola di ‘Ata

…mensen deugen…
Dal naufragio dei liceali di Tonga al naufragio quotidiano dell’umanità: forse la vera sfida è una sola — non smettere di essere persone perbene, anche quando è difficile!

🌴 L’ISOLA DI ATA — Ovvero la gentilezza come forma di sopravvivenza

Pochi mesi fa ho riletto un articolo che avevo salvato durante la pandemia — uno di quelli che ti restano in mente, perché ti fanno riflettere sul genere umano (e su quanto siamo capaci di rovinarci o salvarci a vicenda).
Raccontava una storia vera, accaduta nel 1965, e riportata anni dopo da Gabriele Romagnoli su Repubblica.

«Nel 1965 sei studenti di un severo collegio australiano erano fuggiti nottetempo con una barca rubata, intenzionati a raggiungere le Isole Figi. Nessuno di loro era esperto di navigazione. La vela si squarciò. Il timone si ruppe. Otto giorni dopo erano alla deriva. Li accolse, per modo di dire, Ata: poco più di uno scoglio, disabitato e ostile. I sei avrebbero potuto dividersi in due fazioni, cercare un leader da riverire e poi rovesciare, farsi fuori uno dopo l’altro. Invece crearono una sorta di perfetta comune. Coltivarono l’orto. Allevarono galline. Costruirono un acquedotto e una palestra in forme rudimentali. Pregarono ogni mattina e cantarono ogni sera. Se due di loro litigavano li spedivano negli angoli opposti dell’isola e dopo mezza giornata dovevano riappacificarsi pubblicamente. Trascorsi 15 mesi, nel settembre del 1966, furono salvati. Li trovarono in buona forma fisica e mentale. Erano e sarebbero rimasti amici. Il fuoco che avevano acceso non si era spento per un solo istante» [Gabriele Romagnoli, Repubblica]

CUCCIOLODiRUSPA | Dal web

Dopo aver letto quell’articolo ho iniziato, come sempre, a fare ricerche.
Da piccola passavo ore a sfogliare le enciclopedie — in casa avevamo ConoscereIl QuindiciL’Enciclopedia della Donna e, più tardi, la Treccani.

Durante le mie “googlate” ho scoperto che uno scrittore e saggista olandese, Rutger Bregman, aveva già raccontato questa storia nel libro Humankind.
Bregman è noto per la sua fiducia nelle qualità migliori dell’uomo e in questo libro dimostra che credere nella gentilezza e nell’altruismo può davvero essere la base per un cambiamento sociale.

Ovviamente, ho subito associato i liceali di Tonga al naufragio letterario de Il Signore delle mosche di William Golding.
Lì, invece, la convivenza fallisce: i bambini costruiscono una società violenta, gerarchica, dominata dalla paura e dalla sopraffazione.
Il messaggio di Golding era chiaro: la natura umana è cattiva, e non sono la società o l’età adulta a corromperla — gli uomini nascono cattivi.
Ma Golding scriveva nel 1952, con la guerra e il nazismo ancora nella memoria collettiva.

E oggi?
All’epoca della pandemia ci siamo trovati davanti a un dilemma simile: da un lato gesti di solidarietà e piccoli eroismi quotidiani, dall’altro un imbarbarimento del senso civico e della fiducia.
Ognuno di noi ha dovuto scegliere se comportarsi come i naufraghi di Golding o come quelli di Ata.

I liceali del 1965, di fronte a un pericolo che riguardava tutti, capirono che la strategia più efficace non era certo quella egoista, ma quella collaborativa.
E in un’epoca come la nostra, ancora ferita, quel messaggio risuona forte.

Oggi, però, la pandemia sembra lontana.
Sono le guerre — tante, troppo vicine — a scuoterci ogni giorno. Guerre che non sappiamo più come leggere, in cui è difficile capire chi ha torto e chi ragione, chi attacca e chi si difende, chi non sa più nulla se non che soffre.
Provo sentimenti contrastanti, e mi chiedo spesso dove sia finita la “giusta empatia”: quella che non sceglie un popolo, ma sceglie l’essere umano.
Mi pare che stiamo perdendo la bussola della compassione, quella che non chiede documenti o bandiere.
E allora torno a pensare all’isola di Ata — a quei sei ragazzi che, nella disperazione, avevano scelto la solidarietà, la cura, la collaborazione.
Forse il segreto è tutto lì: restare umani, anche quando il mondo intorno sembra impazzire.

In molti siamo alla ricerca di valori da professare in questa società disorientata, spesso dominata dall’idea dell’“homo homini lupus”.
Eppure sento il bisogno di credere che le persone possano ancora comportarsi responsabilmente per il bene comune.
Che la bontà — quella semplice, concreta, “abbastanza decente” come direbbe Bregman — non sia un’utopia, ma un’energia silenziosa che continua a scaldare il mondo, anche nei suoi inverni peggiori.

Post Scriptum:
Bregman ha detto in un’intervista:

“Non sto dicendo che la gente è buona.
In olandese il titolo del libro è De Meeste Mensen Deugen.
Deugen è intraducibile, significa qualcosa come ‘abbastanza decente’, ‘in fondo niente male’.“

Noi diremmo forse: ma sì, è un buon diavolo, non è cattivo come lo si dipinge.
Ed ecco spiegato il titolo — e forse anche la speranza.

🎵 Colonna sonora consigliata: “The Sound of Silence” – Simon & Garfunkel

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