Lavoro in un negozio, e ogni volta che la porta si apre parte il gioco. Il mio gioco segreto si chiama toto-provenienza: entra qualcuno e io mi chiedo “chissà da dove viene?”.
Il primo verdetto è a vista: l’aspetto, le scarpe, la borsa. Ma ormai è un metodo poco affidabile, perché con internet ci si veste tutti uguali e un look non dice più niente. Il verdetto vero arriva dopo, quando i clienti si parlano tra loro e si scambiano le frasi di sempre. Ogni popolo ha il suo modo di dire “bello”: i tedeschi dicono süß, dolce, e io sorrido ogni volta.
La parte che preferisco viene subito dopo. Una volta scoperto da dove arrivano, chiedo notizie del loro paese, e non c’è niente di più bello di una persona che parla di casa propria. La scorsa estate tanti, tantissimi polacchi mi hanno raccontato, con gli occhi che brillavano, di una zona della loro terra: il Trójmiasto, la “Tricittà” sul Baltico, fatta di Danzica, Sopot e Gdynia. “Bellissimo”, mi dicevano.
Sono tornata a casa, ho googlato, ho guardato le foto e ho pensato: why not? D’altronde in Polonia ero già stata, a Cracovia, e me ne ero innamorata nonostante la pioggia e nonostante il disagio e il dolore che mi sono rimasti addosso ad Auschwitz e nella fabbrica di Schindler. Per questo l’idea di tornarci si è accesa in un attimo.
Il tour comincia molto prima di partire
Per me cercare, studiare, scovare e leggere sono già il viaggio.
Il volo l’ho trovato con una compagnia low cost, e qui svelo il trucco: ho usato due buoni regalo, uno di mia sorella e uno di Nico, il mio capo-amico. Un volo costruito con l’affetto altrui, che è il modo più bello di partire.

L’alloggio, invece, l’ho cercato da furba, come si addice a una vecchia ragazzina. Poi è partita la fase “studio dei luoghi”: ho girato i quartieri sulle mappe, ho cercato parchi, passeggiate e bar “cool”. E ho individuato i Rossmann, perché ogni volta che vado all’estero cerco i supermercati e un negozio che venda prodotti per la pulizia. Da Rossmann ci vado sempre con la mia amica Susanne, per questo è diventato un luogo del cuore: dove ce n’è uno, mi sento già un po’ a casa.
Poi c’è il concerto, che ho scovato a caso, ravanando nel web senza cercare niente di preciso. Le date andavano d’accordo con le mie e mi sono detta, ancora una volta: why not? Il biglietto l’ho persino stampato. Sì, lo so, è un gesto quasi preistorico, ma avevo bisogno di toccarlo. Ok???
Ho pensato che sarebbe stato intelligente capire qualcosa della storia della città, e su Vinted ho comprato Il tamburo di latta (che non ho ancora finito, lo ammetto). Poi la Renza mi ha detto che serviva qualcosa di più moderno da leggere “lì” e ho recuperato un thriller — sempre di seconda mano — ambientato proprio a Danzica.
E poi è arrivato lo studio dei menu, che ho studiato con una pazienza certosina. Ho scoperto che la torta di mele, la szarlotka, e il cheesecake polacco, il sernik, sono favolosi. Io adoro la Linzer torte, che per me resta la campionessa imbattuta, e voglio proprio vedere se qualcuna delle sfidanti polacche riuscirà a scalzarla. Ci sono anche i pierogi e le zuppe, le zupy, di cui vado matta e che ho già intercettato in ogni carta dei “Bar Mleczny”.
Sto studiando anche un po’ di polacco con un’app che non mi piace per nulla, ma tant’è: KOT, RYBA, MYSZ, KOBIETA, DOBRANOC, WITAJ. Gatto, pesce, topo, donna, buonanotte, benvenuto. Un vocabolario che farebbe invidia a un libro per l’infanzia, ma si comincia da lì. Magari un giorno dovrò dire “una donna dice buonanotte e mangia un pesce-gatto benvenuto”.
Viaggio sola e quindi voglio punti fermi
Viaggio da sola, e per questo cerco certezze. Ho confrontato una serie di alloggi come una perita: voto, numero di recensioni, distanza a piedi dal centro. Volevo un posto carino, pulito, strategico, e soprattutto niente rientri serali attraverso periferie buie. Ho scelto quello con il punteggio più alto, centinaia di recensioni e la cancellazione gratuita. Quella spunta verde, per me, vale più di un’offerta lampo.
E siccome il viaggio sarà breve, i paracadute raddoppiano: non voglio sprecare nemmeno mezza giornata a cercare la strada. Ho avvisato per tempo chi mi ospita del mio arrivo, con la tranquillità di chi sa che, se la camera non è ancora pronta, un caffè e una fetta di torta nel bar lì accanto sono già un ottimo piano B.
Forse avrei potuto prenotare qualche giorno in più. Ma lascio sempre qualcosa da scoprire per la prossima volta. È la mia scusa preferita per tornare nei luoghi che ho amato.
Leopardi aveva ragione sul sabato del villaggio: l’attesa è già una festa. Anche stavolta voglio godermi la domenica esattamente come ho goduto il sabato.
