Invece di cercare l’estate tutto l’anno, come nella canzone, io cerco l’autunno. E all’improvviso, eccolo quaaaa.
Il giro è questo: Gardesana, Val di Ledro, poi su da Pregasina e avanti verso Molina e Mezzolago. Una di quelle strade in cui il viaggio è già metà della gita.

Arrivo a Pieve di Ledro e trovo subito un parcheggio libero, e di questi tempi è già una piccola vittoria. Passeggio per le stradine semi deserte, passo davanti al museo della Farmacia e lo trovo chiuso, pazienza, e a quel punto, come da copione, mi viene fame. Che strano.
Pranzo al Ristorante Hotel Sport, un posto dall’aspetto decisamente montano, quasi dolomitico, gestito da indiani, il che già di suo fa un bel contrasto. A servirmi è un uomo affascinante, alto, elegante, di quelli che nei film farebbero girare la testa a tutta la sala. Il pizzaiolo ha un turbante nero e due occhi da Bollywood.
Mizzega!!
Mangio tortel e carne salata, più trentino di così, e intanto nella testa mi partono le musichette dei film con i balletti. Aspetto che da un momento all’altro comincino a ballare tra i tavoli e mi coinvolgano e io diventi la regina del ballo. Io, che a ballare sembro l’orso Baloo.
Dopo pranzo cammino fino al lido, e anche oltre. Passo accanto a un minuscolo cimitero: recinzione bassissima, poche tombe, tutte cariche di fiori e di lumini. Nessuna privacy, sembra il cimitero dei cartoni animati. Saluto tutti i presenti. Anzi, gli assenti.

Poi vedo il lago, con una luce limpida e famiglie sparpagliate sulla spiaggia, con cani, panini e palloni. Osservo i contrasti: il cielo celeste striato di nuvole, i sempreverdi scuri e, in mezzo, gli alberi gialli dell’autunno.
In quel momento arriva il messaggio di mia cugina Marzia: è morto Momo, il suo adorato cane. Alzo gli occhi al cielo e mi sembra davvero di vedere una nuvola a forma di setter, con le orecchie svolazzanti.
Continuo a camminare con quel pensiero leggero.

Torno alla macchina e scendo con il lago sulla destra, pensando, cantando, sognando. Poi, tra lavori e interruzioni, si va pianissimo, e su quella stradina microscopica spunta un tir. Un tir vero, enorme di un color vinaccia metallizzato. Mi viene l’ansia solo a guardarlo. Lui, invece, passa tra i muri e le case senza fare una piega, mentre io, con la Micra, a volte mi stringo nelle spalle per farmi piccola, come se bastasse. Ahahah.
E poi la deviazione obbligatoria, che mi porta in un paesino che non conoscevo, Prè, accovacciato sotto la strada principale, sembra dimenticato da tutti. Imposte chiuse, case con i cartelli “Vendesi” appesi storti, niente neon, solo insegne di un’altra epoca dipinte sui muri: “Alimentari freschi” “atelier”. Amo questi paesini veri, senza ipermercati o marchi imposti, dove le cose in vendita sono scelte una ad una dal proprietario. E poi una chiesa grande, quasi sproporzionata per quel pugno di tetti.
Guardo queste case e penso più alle persone che a quei muri. Chissà chi ci ha vissuto, e se è ancora da queste parti o se se n’è andato lontano. Chissà perché una casa si vende e un’altra la si lascia andare. C’è stato un tempo in cui quelle finestre, adesso sbarrate dalle imposte, erano appannate dal vapore di una minestra sul fuoco. Qualcuno, con una tazza di latte caldo tra le mani e il camino acceso alle spalle, si fermava a guardare la neve scendere sui tetti.
E mi chiedo se qualcuno, passando di qui, saluti anche queste case.
