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Intermittenza

Un altro giorno libero, la Micra e il silenzio che si trova solo a intermittenza nelle contrade e nei ricordi

Tra lavoro, lezioni, battute da mandare a memoria per il teatro e il podcast da registrare, a volte la vita corre che è un piacere. Poi arriva il giorno libero, quello senza tabella di marcia, e l’unica cosa sensata da fare è salire in macchina e lasciarsi guidare dal caso.

Ieri ho preso la mia fida Micra e sono salita a San Zeno di Montagna, in cerca di un po’ di fresco. E di silenzio.

Il silenzio, però, l’ho trovato a intermittenza. Perché tra San Zeno, Lumini e Caprino di turisti ce n’erano eccome, a piedi, in e-bike, in auto. Anche i posti che sembrano fuori mano, sono a portata di mano, ahahahahah.

San Zeno è comunque un paese strano. Lungo, frastagliato, inciso sul fianco ovest del Baldo, sembra un paese diventato tale col tempo, come se una galassia di contrade sparse si fosse pian piano riunita per farsi compagnia. Gironzolare tra queste contrade resta un’esperienza da fare: fiori sui muretti, bucato steso, gatti che ti guardano pigri dagli archi di pietra. C’era anche il mercato settimanale: frutta e verdura, vestiti, e le signore che chiacchierano con i venditori più di quanto comprino. Quella vita di vicinato che altrove sta sparendo, turisti o no.

Passando ho notato un bar con quattro tavolini fuori, e lì niente turisti, lo capisci dai vestiti, dalle scarpe da cantiere, dal modo di sedersi, non certo dal colore, per fortuna viviamo in una società multietnica. Operai edili, un elettricista, forse un idraulico. Parlavano di Mazzola, della sua morte, di chi fosse più forte ai suoi tempi, lui o Rivera.

E io, di colpo, sono tornata a una domenica di campionato di quand’ero piccola. Papà milanista. Zio interista. Il pomeriggio che diventava tifo, il tifo che diventava famiglia.

Pranzo veloce vista lago, e poi su ancora, verso Lumini. La strada serpeggia, la pineta profumata ed è una specie di meditazione involontaria: ci si ferma, si cammina un po’, si riparte.

Quando ero bambina e vivevo a San Benedetto di Lugana, la parrocchia organizzava il Grest proprio a Lumini. Non ci sono mai andata. Né io né mia sorella. Eppure quel nome mi è rimasto in testa per cinquant’anni come un posto misterioso. Ci sono andata ieri, da adulta; a Lumini niente lago, solo una conca verde, silenziosissima, e tanti su e giù. Certi sogni dell’infanzia restano sospesi finché non ci vai davvero.

Dalla solitudine delle contrade, quella vera, quella cercata, sono passata dritta alla vivace confusione della famiglia: sono andata a trovare mia mamma, e visto che ero lì le ho sistemato il telefono che gli aggiornamenti avevano mandato in tilt. Poi pizza e, sorpresa sorpresa, arriva anche mia sorella.

Ho preso la pizza Battisti. E per un attimo, tra un morso e l’altro, c’era anche papà con noi. Lui che Battisti lo adorava.

Il ritorno a Malcesine, tardi, l’ho fatto lento, tagliando dentro tra le colline da Bussolengo, verso Calmasino, Bardolino e poi casa. Strade vuote, la luna come unica compagna discreta, e i pensieri belli a fare da colonna sonora.

Non serve andare lontano. Basta cambiare strada, e ogni tanto, guardare chi ti siede ancora accanto, anche quando non c’è più.

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