Gargnano, Salò e i pensieri di un Toro in corriera
Agosto. La Micra è ancora lì, esausta nel campo, in attesa di essere rianimata.
E tu che fai, in una giornata torrida, quando sei finalmente libera ma non possiedi un giardino alberato e non hai nessuna voglia di andare al lago in spiaggia? Soprattutto quando la prospettiva è quella di essere circondata da bellissime gnocche nordiche in costume, con la pelle ambrata e rigorosamente senza cellulite, oppure da bimbetti dagli occhi azzurri e dai boccoli biondi che schiamazzano, schizzano e rompono le tue pale, sfidando la tua grande pazienza di Toro?

Si va. Alle dieci in punto si va sul molo, si sale sul battello da Malcesine e si cerca un paesino piccino picciò. Uno che sappia ancora di lago, che non abbia folle di persone che sgambettano facendosi aria con ventagli veri o improvvisati.
Gargnano. Perfetto.
Gargnano è un paese gentile, reale, vero. Cammini per strada e c’è il profumo del pane, c’è la bottega del macellaio. Ha quell’aria autentica che a me piace da matti. A Gargnano, però, avevo anche un piccolo appuntamento con il passato. Sapevo che Ornella, una ragazzina con cui giocavo alle elementari, viveva lì e così ho sguardato nel suo negozio per vedere se c’era. C’era! Ornella da bambina abitava in una casa che stava tre campi dietro Villa Elena, e me la ricordo con i capelli neri e mossi, sempre gentile, allegra e sorridente. Ci siamo ritrovate sul porto, davanti a un aperitivo, e abbiamo fatto un bel tuffo nel passato, ricordando i nostri nonni e le cose di quando eravamo bambine. Il suo nonno lo chiamavano “Bella Voce”, perché cantava sempre. E così, tra un bicchiere e una chiacchiera, Gargnano è diventata anche un pezzetto della mia infanzia. Dopo l’aperitivo sono partita a piedi per andare a pranzo lì vicino.
Arrivo al porto di Villa di Gargnano e mi siedo in un’osteria decisamente trash. Sono stata divinamente: un piatto di bigoli con le sarde, belli saporiti come devono essere, e non mi hanno neanche fatto venire sete. Una delizia! La salvezza, a metà agosto, sta nel movimento lento dell’acqua e nella rinuncia totale alla fretta. Niente traffico sulla Gardesana, niente ricerca disperata di un parcheggio all’ombra, niente nervosismo.

Da lì una botta di vita: decido di cambiare mezzo e prendo una corriera per andare a Salò. Un autobus freschissimo, con un’aria condizionata polare, e puntualissimo. Salgo e mi guardo intorno: zero italiani. C’era qualche turista e poi tutti stranieri, lavoratori. Sale poi un gruppo di donne africane bellissime, allegre, caciarone, e qualcuna di etnia araba con il velo. Forse da noi i mezzi pubblici non li usa più nessuno. Ci si muove tutti in macchina, non lo so.
E lì, mentre sono seduta al fresco del pullman, la mia testa comincia a svolazzare di palo in frasca, come fa sempre. Quando salgono queste ragazze, noto subito che l’autista si irrigidisce: fa mille mila domande, controlla i biglietti, chiede, richiede. E loro, bellissime nei loro vestitoni colorati, con i denti bianchi da pubblicità del dentifricio, continuano a ripetere: «Abbonate, abbonate!». E hanno un accento bresciano che, se chiudessi gli occhi, potrei pensare che siano nate a Rovato.
Io ho un figlio che vive in America. È laureato, parla bene inglese, è ambizioso: insomma, ha tutte quelle caratteristiche che sembrano tranquillizzare il mondo quando uno arriva da un altro posto. Ma è comunque lontano da casa, vive in un Paese che non è il suo e, anche lui, a modo suo, è uno straniero.
E allora penso che forse dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso. È vero, ci spaventa quello che non conosciamo. Ci infastidiscono abitudini diverse dalle nostre, modi di parlare, di vestirsi, di stare insieme che non riconosciamo come familiari. A volte ci sembrano persino maleducati o incomprensibili. Però sarebbe bello provare, prima di giudicare, a capire un po’. E magari anche a essere gentili. Non mi sembra una cosa così difficile.
Più studio la storia, poi, più mi accorgo che le civiltà che sono diventate grandi sono spesso quelle che hanno saputo accogliere, assorbire e fare propri i talenti degli altri popoli. Le persone si sono sempre spostate, hanno portato con sé mestieri, idee, lingue, conoscenze. E spesso è proprio da questi incontri che sono nate le cose più interessanti.
Forse dovremmo ricordarcelo anche oggi. Perché alla fine, sotto il colore della pelle, sotto l’accento, sotto il velo o sotto un turbante, ci sono sempre delle persone. E quelle ragazze sul pullman, con il loro «abbonate, abbonate!» detto con un accento bresciano da far ridere, potrebbero essere davvero figlie mie.
A Salò, alla fine, ho fatto un giro a piedi, ma faceva decisamente troppo caldo. Mi sono ritirata in un barretto d’angolo dove girava una bava di vento, con una bottiglia d’acqua gelata e un gelato affogato. Rispetto alla nostra Malcesine, Salò è un altro pianeta. C’è meno ressa, è tutto più tranquillo. Forse per i commercianti é fin troppo tranquillo.
Il rientro, alle cinque, è stato su un battello lentissimo. Oltre due ore di navigazione per tornare a casa. Due ore in cui non ho fatto assolutamente niente. Ho guardato la costa che sfilava via, mi sono lasciata cullare dalle onde e ho ringraziato la vita per aver lasciato la macchina a riposare nel campo.
Certo, la quiete è stata leggermente minata da tre passeggeri italiani che, con il ponte superiore praticamente vuoto, si sono piazzati esattamente davanti a me a parlare a voce altissima dei fatti loro. Lì mi scatta la furia, ma vabbè, facciamo finta di niente. Nemmeno tre oche rumorose sono riuscite a rovinare la magia, anche perché sono scese a Gardone Riviera.
Il viaggio è stato sereno, bellissimo. Il lago, dall’acqua, ha tutto un altro ritmo. E la Micra può continuare a riposare nel campo ancora per un po’.
