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LA MANO BRUTTA

Una mano, una storia di famiglia e una filastrocca

Essere mancini negli anni ’70

Avevo una mano brutta.

Così diceva mia mamma.

Era la sinistra.

Mia madre cercava di tenermela occupata perché scrivere con la sinistra non si usava; così la matita finiva nella destra e la sinistra doveva imparare a starsene buona.

La Rossana è padovana – ho anche fatto la rima – e quando mi vedeva prendere la penna con la sinistra sbottava:

«Sanca… sancarota! Scrivi con la manina bea!»

Mio padre, invece, era emiliano e non voleva che imparassi il dialetto. Diceva che bisognava parlare italiano.

Alla fine sono cresciuta parlando un discreto italiano… e scrivendo con la destra.

Ma tutto il resto ho continuato a farlo con la sinistra.

La domenica, quando tutta la famiglia si ritrovava a fare i tortellini, era la sinistra a stendere la pasta, a mettere il pesto, a pizzicare e a chiudere; più tardi, quando servivo ai tavoli al ristorante, caricavo i piatti con la destra e servivo con la sinistra.

Quando c’era da prendere qualcosa al volo partiva sempre lei, e quando bisognava aprire una bottiglia lavorava sempre lei.

Era la mia mano della forza e, a dire il vero, lo è ancora oggi.

Solo la penna e la forchetta sono rimaste nella destra.

Non so se, senza tutte quelle correzioni, oggi scriverei con la sinistra. Non lo saprò mai. So soltanto che, crescendo, ho imparato a fare pace con tutte e due.

C’è però un ricordo che mi fa ancora sorridere.

Da piccola la mamma mi prendeva la mano destra, la mano bea, e iniziava una filastrocca che allora conoscevano un po’ tutti:

«Manina bea, fata penea, indoe sito sta? Daea mama, dal papà? Cossa te gaeo dà? Pan? Vin? Late? Cate, cate, cate…»

E poi via con il solletico sul palmo.

Mi fa sorridere pensarci, perché la mano “giusta” era anche quella delle coccole, mentre l’altra, quella considerata “brutta”, era semplicemente la mano sinistra.

Fa impressione rendersi conto che non sia passato poi così tanto tempo. Oggi ci sembra normale accettare che ognuno abbia il proprio modo di essere, ma quando ero bambina bastava impugnare una matita con la mano sinistra perché qualcuno sentisse il bisogno di correggerti; non per cattiveria, ma per abitudine, perché si era sempre fatto così.

Del resto, come dice la Rossana, «el mondo el xe dei driti».

Si dovevano (e si devono) fare le cose par el drito, con la mano bella, la destra.

Cazzarola.

Poi è nato mio figlio, mancino, proprio mancino.

E non mi è mai passato per la testa di dirgli di cambiare mano.

L’ho guardato scrivere, disegnare, mangiare, fare tutto con una naturalezza che io non avevo avuto e, ogni volta, mi sembrava di assistere a una piccola riparazione; non della sua storia, della mia.

Forse ogni generazione prova, senza accorgersene, ad aggiustare qualcosa che ha ricevuto da quella precedente. Io non ci sono riuscita sempre, ma in una cosa sì: non ho mai detto a mio figlio che aveva una mano brutta.

E credo sia proprio questo che facciamo, quando diventiamo grandi: prendiamo quello che abbiamo ricevuto, lo guardiamo con gli occhi che nel frattempo ci siamo costruiti e decidiamo, nel bene e nel male, cosa vale la pena consegnare a chi viene dopo di noi.

Non sempre ci riusciamo.

A volte ripetiamo.

A volte correggiamo.

A volte facciamo esattamente il contrario.

Io, almeno con la mano sinistra, ci ho provato. E quella mano brutta, alla fine, me la sono tenuta.

Mi è sempre sembrata piuttosto utile. 😉

Colonna sonora consigliata: Destra-Sinistra — Giorgio Gaber

Nota per te che non sei di famiglia: il “pesto” era quello che a casa mia finiva dentro i tortellini, uno stracotto di carni varie poi pestate, triturate e aromatizzate. Niente basilico, tranquillo.

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