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AVEVO ANCORA 39 ANNI

Come un vecchio libro di Bill Bryson mi ha riportata in America vent’anni dopo

Sono una lettrice scostante, ma quando un libro mi prende divento vorace. Da qualche giorno sto leggendo un vecchio Bill Bryson, un’edizione Feltrinelli con la copertina scolorita, le pagine ruvide e quel profumo che hanno solo i libri vissuti. Credo di averlo comprato a un mercatino, anche se, a dire il vero, non ne sono mica così sicura.

Mah… come sempre mi perdo nei pensieri.

Dicevo.

Bryson mi sta facendo ridere parecchio. Ha quella capacità, rara, di osservare il mondo con uno sguardo curioso e un po’ storto, quello che riesce a trovare il lato buffo anche nelle cose più normali. Questa volta racconta l’America, quella dei grandi spazi, delle cittadine sperdute, dei fiumi immensi e delle strade che sembrano non finire mai. E forse il motivo per cui questo libro mi sta entrando così sotto pelle è semplice: mio figlio Leonardo vive là.

Qualche settimana fa eravamo insieme sulle Dolomiti e, mentre guardavamo quelle montagne che a me sembrano già enormi, lui, con la naturalezza di chi ormai vive dall’altra parte dell’oceano, se ne esce con un:

«Sai mamma… da noi montagne così ce ne sono dappertutto.»

Da noi.

Eccheccazzo.

Lì ho capito perché, quando uno esagera, gli si dice che “fa l’americano”.

Flashback: 2006

Comunque, tornando a bomba, Bryson a un certo punto parlava del Missouri, dell’Iowa e dell’Illinois e sosteneva, con il suo sarcasmo irresistibile, che sono praticamente uno Stato solo con tre nomi diversi. È bastata quella frase e, senza il minimo preavviso, la memoria ha deciso di fare quello che le riesce meglio.

Era il 2006. Avevo ancora trentanove anni e l’Imperatore mi aveva regalato un lungo weekend a Chicago per il mio compleanno.

A trentanove anni non sai ancora quali persone resteranno, quali strade cambieranno e quali ricordi diventeranno dolcemente preziosi.

Ricordo perfettamente la sensazione che provai appena uscita dall’aeroporto. Mi sembrava di essere finita dentro un film americano. Tutto era più grande di come me lo ero immaginato: le persone, i parcheggi, i bicchieri del caffè che sembravano secchielli. Perfino il modo di stare al mondo aveva dimensioni diverse. Alcuni ragazzi erano vestiti come nei video rap che vedevo su MTV e continuavo ad aspettare che da un momento all’altro comparisse una troupe con una telecamera.

Poi ci aspettava lei: una Cadillac dorata, noleggiata dall’Imperatore. Cambio automatico, sedili in pelle, quell’aria da automobile americana che fino a quel momento avevo visto solo al cinema. Guidarla mi faceva sentire onnipotente. Fabrizio era abituato a tutto quello, conosceva gli Stati Uniti molto bene; io invece mi guardavo attorno con lo stupore di una bambina. Ero giovane, ero innamorata ed ero felice. Di una felicità serena che non ha bisogno di essere spiegata.

CUCCIOLODiRUSPA | La Cadillac dorata e me

Anche il cibo sembrava avere deciso di esagerare. L’acqua, sempre ghiacciata, arrivava dentro bicchieroni che non finivano mai, gli hamburger erano enormi e buonissimi, completamente diversi da quelli che compravo io in Italia, e le french fries… mamma mia le french fries! Erano gigantesche e saporite.

Insomma, ero felicemente stercofatta.

Memories e il sapore degli anni Cinquanta

Bryson, però, ha questo strano potere: parte da un fiume o da una cittadina sperduta e ti fa venir voglia di aprire una cartina per capire dove diavolo sia il Missouri, dove nasca il Mississippi e perché certi posti abbiano un nome che ti resta in testa. Io ho aperto la cartina su Google… e invece di trovare il Missouri ho ritrovato me stessa, seduta vent’anni fa su quella Cadillac dorata.

Il programma era semplice: Chicago, la fabbrica dell’Harley-Davidson a Milwaukee e qualche centinaio di chilometri senza una vera meta. Abbiamo fatto tutto. Ma oggi, se chiudo gli occhi, non è la Harley il primo ricordo che mi viene incontro.

È un diner.

Si chiamava Memories.

Era a Marinette, in Wisconsin, praticamente in mezzo al nulla. Da fuori sembrava uno dei tanti locali di provincia; dentro, invece, era come entrare in un telefilm americano degli anni Cinquanta. Tavoli in formica, fotografie di Marilyn Monroe, Elvis Presley, James Dean e Johnny Cash alle pareti, musica che sembrava uscire da un vecchio jukebox e quella sensazione, del tutto irrazionale, che da un momento all’altro potesse entrare Fonzie, seguito da Richie Cunningham e da tutta la banda di Happy Days.

1950s American diner interior with neon signs, booths, counter seating, and patrons eating
Grazie AI per aver generato questa foto-fake in base ai miei ricordi nebulosi

Per il mio trentanovesimo compleanno mangiai lì la mia prima apple pie con la panna.

Mica cazzabubbole.

Bond Girl o Shrek?

L’Imperatore, come dicevo, aveva un gusto decisamente raffinato. A Chicago dormivamo al Palmer House Hilton, che per me rappresentava un lusso quasi cinematografico. La hall sembrava un salone delle feste, la camera era enorme e io mi aggiravo con l’aria di chi, da un momento all’altro, si sarebbe svegliata da quel sogno.

Una sera, prima di cena, ordinò due Vodka Martini.

Era la prima volta che lo bevevo. Nella mia testa il Vodka Martini apparteneva esclusivamente a James Bond e io, con quel bicchiere in mano, mi sentivo una Bond Girl.

Lui mi guardò:

«Ma quale Bond Girl… sembri Shrek.»

Eh. Questione di punti di vista.

Chicago, poi, era davvero un film. Sotto la sopraelevata cercavo Jake ed Elwood, continuavo ad aspettarmi la Bluesmobile dietro ogni incrocio e davanti all’ospedale di ER ero convinta che Doug Ross, alias George Clooney, sarebbe uscito da una porta da un momento all’altro. Visitammo il Field Museum, salimmo sulla Sears Tower e passeggiammo lungo il Magnificent Mile, facendo tappa anche al Virgin Megastore, che mi sembrava il paradiso terrestre per chi amava la musica.

Venti anni dopo

È incredibile quello che riesce a fare la memoria. Basta aprire un vecchio libro di Bill Bryson… e ti ritrovi vent’anni indietro.

Sono passati vent’anni.

Il Memories non esiste più. Il Virgin Megastore ha abbassato le serrande da anni. La Sears Tower ha cambiato nome. Persino la radio che ascoltavamo allora non trasmette più. È curioso come i luoghi invecchino insieme a noi.

Molte cose sono cambiate. Alcune persone hanno preso strade diverse. Altre sono semplicemente rimaste nei ricordi.

Io, invece, ogni volta che apro quel libro, risalgo su quella Cadillac dorata, risento la musica uscire dagli altoparlanti, assaggio di nuovo quella apple pie e rido ancora quando penso a Fabrizio che mi dice che sembro Shrek.

Poi richiudo il libro, torno nella mia cucina, mi preparo un caffè e penso che i ricordi, quelli belli, hanno un modo tutto loro di sfidare il tempo.

Non vanno rivissuti. Ogni tanto bussano alla porta.

E quando lo fanno, io li lascio entrare volentieri, perché almeno per qualche pagina, ho ancora trentanove anni.

Al Virgin Store a Chicago!

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