L’arte di restare
Il lunedì è il mio giorno libero e lo difendo con le unghie e con i denti. È l’unico momento della settimana in cui non devo rincorrere orari o appuntamenti. Di solito il copione è sempre lo stesso: salgo sulla mia vecchia Micra del 2010 e parto alla ricerca di posti che sembrano non interessare a nessuno. Mi piacciono le stradine secondarie, quelle dove il navigatore va in crisi d’ansia, le chiesette dimenticate con l’erba che cresce tra i gradini, i paesini dove al massimo incontri due gatti e, miracolosamente, trovi parcheggio al primo colpo. È il mio modo di evadere, di andare contro il logorio della vita moderna e di ricordarmi che non tutto ciò che vale deve per forza essere famoso o “instagrammabile”.
La settimana scorsa, però, la Micra ha deciso che il mio lunedì avrebbe preso una piega diversa. Batteria completamente a terra. Nemmeno quella specie di colpo di tosse da vecchio tabagista che ti lascia sperare che il motore, con un po’ di buona volontà, possa ancora dire la sua. Niente. Il nulla assoluto. Mio figlio Leonardo continua a sostenere che la mia utilitaria dovrebbe essere accompagnata con dignità verso una serena eutanasia invece di essere rianimata ogni due per tre con cavi, booster e qualche preghiera rivolta al santo protettore delle batterie. Io, invece, continuo a guardarla con un certo affetto. Sarà la mia testardaggine, sarà il segno zodiacale, ma sono convinta che, con una bella carica di energia e un minimo di fiducia, abbia ancora qualche strada da mostrarmi.
Così il viaggio del lunedì non è saltato. Ha semplicemente cambiato mezzo.
La prima tappa è stata la Croazia, senza che io facessi un solo metro. Due volte la settimana parlo con Lucia, una mia allieva che vive a Bratislava ma che ogni estate torna nello stesso minuscolo paese della costa croata. Sempre quello, da anni. Quando me lo racconta sembra quasi che debba giustificarsi.
«Sai Sabrina, qui non c’è praticamente nulla.»
E ogni volta mi viene da sorridere. Nulla? C’è il mare, una spiaggia, qualche casa, il rumore delle cicale e il tempo che passa piano. Non ci sono attrazioni da mettere in una lista, non ci sono locali alla moda, non ci sono dieci cose da vedere in ventiquattr’ore. C’è semplicemente un posto dove tornare ogni estate. E forse è proprio questo il suo bello.
Finita la chiacchierata con Lucia, è arrivata Isabella e il contachilometri, a quel punto, è completamente impazzito. Nel giro di pochi minuti ci siamo ritrovate a viaggiare indietro di venticinque secoli, nel cuore della Grecia antica. Doveva essere un semplice ripasso, invece è diventata una di quelle lezioni che prendono una strada tutta loro. Abbiamo parlato di Atene e di Sparta, della filosofia, della maieutica di Socrate, della differenza tra tragedia e commedia, di Alessandro Magno, dei bar-bar-oi (chiamati così perché per i greci la loro lingua straniera suonava proprio come un incomprensibile “bar-bar”) e di quella frase meravigliosa di Orazio secondo cui la Grecia, pur conquistata, riuscì a conquistare il suo feroce vincitore con la forza della cultura.
Isabella continuava a interrompermi.
«Ma quindi…»
«E perché…?»
«Aspetta, che prendo appunti…»
Ogni risposta apriva una domanda nuova. A un certo punto ho pensato a mio nonno. Lui andava a scuola con un libro che lo accompagnava per cinque anni, una penna e il calamaio. Oggi abbiamo un’enciclopedia in tasca, video di trenta secondi, podcast, reel, notifiche, intelligenze artificiali. Eppure vedere una ragazza che, invece di chiedere «Cosa devo sapere per l’interrogazione?», ti chiede «E poi cos’è successo?» mi ha fatto un effetto bellissimo. Forse il problema non sono mai state le informazioni.
La curiosità, quella sì, continua a essere un piccolo miracolo.

Verso l’ora di pranzo sono uscita a fare due passi per il paese. La Micra era ancora immobile nel parcheggio comunale, ma stare in casa proprio non mi riusciva. Così ho passeggiato tra le stradine del paese e mi sono fermata a osservare i turisti. Trent’anni fa molti arrivavano qui per fare la villeggiatura. Oggi sembrano avere una lista da spuntare.
Forse il modo di viaggiare è cambiato. Non lo dico con nostalgia, e nemmeno per fare la boomer di turno. Molti dei posti che vado a vedere il lunedì li ho scoperti proprio su Instagram. I social sono uno strumento meraviglioso, se li usi come una bussola e non come un cronometro.
Ogni tanto mi ritrovo a fare l’ufficio informazioni di Malcesine. Mi manca solo il cartellino con scritto “Chiedete pure”. C’è chi mi domanda dov’è il lago mentre siamo al porto e il lago gli sta praticamente bagnando le scarpe. Oppure dov’è il Castello Scaligero, con i cartelli marroni che lo indicano ogni cinquanta metri. Una signora, una volta, mi ha chiesto dove fosse la funivia per il Monte Baldo. Infradito, top con le paillettes e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Le ho indicato la strada e, già che c’ero, le ho suggerito di mettere in conto anche un maglioncino e delle scarpe comode.
Tornando a casa ho pensato al bagagliaio della Micra. Dentro ci sono ancora i bastoncini telescopici per le camminate, tante sporte della spesa, una borsa con il necessario per passar una notte fuori all’occorrenza (perché non si sa mai) e tutta quella confusione ordinata che conosco a memoria. Mi è scappata una risata. Da bambina sentivo sempre i grandi raccomandarsi di uscire con la biancheria in ordine, perché «non si sa mai». Se facevi un incidente o doveva visitarti un dottore, guai a farsi trovare impreparati. Ecco, il mio equivalente adulto dev’essere il bagagliaio della Micra: è sempre pronto a qualsiasi evenienza. O quasi.
Leonardo continua a sostenere la sua teoria dell’eutanasia e io continuo a credere che, prima o poi, ci regaleremo ancora qualche lunedì.
E ripensandoci, forse il viaggio del lunedì non è affatto saltato. Ha semplicemente cambiato strada. Per qualche ora ho respirato la brezza di una spiaggia croata, ho passeggiato nell’Atene di Socrate e sono uscita a bighellonare nel mio paese con occhi un po’ diversi.
Senza mettere in moto la Micra.

