Io non cerco l’estate tutto l’anno. Proprio no. Io amo l’inverno, il freddo, il vento. Probabilmente faccio parte del gruppo Neanderthal, mica dei Sapiens… e quindi, nel mio giorno libero, cerco sempre luoghi al fresco (e no, non in prigione, sia chiaro!). Cerco laghetti, boschetti, anelli di passeggiate, aria per respirare.
Parto da Malcesine verso la frescura. Lascio alle spalle l’acqua del lago e punto verso nord, con un obiettivo preciso: la Valsugana.

Ecco cosa cercavo, l’ombra!
Il dilemma di Volano
Arrivo a Volano, e lo attraverso guidando come sempre lentamente, come se “avessi il cappello”. E qui mi intrippo tutte le volte, mi viene da ridere da sola in macchina. Ma si dirà Vòlano o Volàno? Se lo pronunci vòlano, pensi subito alle cose o agli uccelli che se ne vanno leggeri nell’aria (essi vòlano). Se invece dici volàno, ti viene in mente quel pezzo di ferro pesante dell’albero motore, o al massimo quell’aggeggio con le piume con cui giocavamo da bambini e che ci si lanciava con le racchette. I trentini accentano la ‘a’, quindi dicono Volàno, d’accordo, ma a me questo dubbio continuo fa un gran ridere ogni volta che passo davanti al cartello.
Subito dopo incontro Besenello. E lassù, enorme, vedo Castel Beseno che domina tutta la Vallagarina. Una fortezza immensa di pietra. Ma la cosa splendida è che proprio lì sotto la terra si riempie di vigne, curate e sparse ai piedi del colle e delle rocce.
La toponomastica
Poi inizia la parte un po’ meno bella del percorso, zone meno abitate: entro in tangenziale. Mi avvicino alle porte di Trento, arrivando da sud, da Rovereto, e vedo quelle costruzioni enormi che svettano. Mi fanno pensare all’architettura delle periferie tristi che mettono un po’ di malinconia. La cosa curiosa è che questi palazzoni grigi sono circondati da abitazioni molto più basse. Sono d’impatto quei parallelepipedi, sembra quasi che li mettano lì a caso. Mah.
Mentre guido sulla tangenziale, passo davanti all’uscita che indica “via Degasperi”. Scritto proprio così, tuttoattaccato. E io lì a pensare che ho sempre scritto De Gasperi, staccato, con la D maiuscola, come si fa con De André, con De Filippo, con De Gregori… Ma perché sui cartelli hanno scritto così? Misteri della toponomastica moderna.
L’imbocco della Valsugana
Faccio il giro attorno a Trento fino ad arrivare al bivio che vira verso la Valsugana. E lì, appena vedo le indicazioni “Padova-Valsugana”, inizio a canticchiare. È una cosa automatica. Canticchio quella canzone che cantavamo sempre in auto, da piccole, mia sorella ed io con i nostri genitori: “Quando saremo fora, fora dela Valsugaaaana…”. Ora percorro una strada diversa, più moderna e veloce, ma i miei ricordi sono rimasti esattamente gli stessi.
E mi riscopro, all’improvviso, ad avere la stessa identica postura che aveva mio papà in auto, al volante: la mano sinistra ferma sulla parte alta della corona e l’altra appoggiata sul sedile del passeggero. Viaggio così, senza navigatori o voci registrate. Vado a naso, a cartelli, guidata dai ricordi e da quella mano sul volante.
E intanto guardo fuori: lì sotto, la terra resiste ancora al cemento, ho lasciato la città e incontro altre vigne proprio ai piedi della statale, e poi un campetto verde dove qualcuno ha lasciato una rete da pallavolo, o forse da volano (Ahahaah).
Dentro la gola dei Crozi
Poi la strada si stringe ed entro nella gola dei Crozi. Mi infilo proprio dentro questa gola profonda, primordiale, affrontando le gallerie, completamente avvolta da una vegetazione selvaggia che sembra voler inghiottire tutto e riprendersi i suoi spazi. Ma l’uomo è anche lì, e infatti ogni tanto, tra il verde, noto i silos metallici di qualche cementificio che compaiono tra le rocce e modificano le prospettive. Un continuo cambio di luci e ombre che mi costringe a guardare davvero, a non farmi scivolare addosso il paesaggio.
Proprio all’imbocco della gola, trovo il cartello bilingue: Comunità dell’Alta Valsugana, Bernstol. Quella parola, Bernstol, è in una lingua peculiare: il mòcheno. Mi si attiva subito un microchip nella memoria. Nella Valle dei Mòcheni, vive una minoranza germanofona medievale. La valle si trova alla mia sinistra, sopra Pergine. Mi riprometto di informarmi meglio e di farci un giro.
Mentre vado avanti dritta verso Pergine Valsugana, i cartelli provano a chiamarmi altrove: Altopiano di Pinè, Val di Cembra, Val di Fiemme, Val di Fassa… Ma io ho la mia meta. Dopo poco, alla mia destra vedo apparire il Lago di Caldonazzo e, prima che la conca si stringa ancora, poco più in là il lago di Levico.
Frutteti e masi
Subito dopo, il paesaggio cambia ancora passo e incontro i frutteti. È uno spettacolo vedere tutti questi campi coltivati a frutta, chilometri di frutteti ordinati a perdita d’occhio! Qua e là, ai margini dell’asfalto, scorgo piccoli chioschi di legno con i cartelli scritti a mano: “frutta fresca”, “mirtilli bio”. L’unica cosa che non vedo, forse perché non è più stagione (siamo a metà luglio), sono i papaveri. Di solito quando vado per strada li cerco sempre con lo sguardo, ma stavolta non ne trovo. Forse sbaglio latitudine, o forse è solo colpa del calendario. Vabbè.

Non c’erano i papaveri sulla statale, ma guarda che meraviglia di colori mi aspettava
E poi scorgo un cartello con scritto Maso qualcosa e ancora mi arrovello per ricordare cosa sia un Maso Trentino. È una parola che incontro sempre e ogni volta mi propongo di approfondire, di capire cosa significhi, perché ricordo che dietro quel nome c’è un enorme pezzo di storia di queste montagne.
L’arrivo con calmizia
Poco dopo, ecco un altro flashback sensoriale. Potrà sembrare primitivo, ma come faccio a non farmi rapire dai profumi? Passo davanti a un deposito di pellet e poi a un immenso deposito di legname. All’improvviso nell’abitacolo entra un profumo pazzesco di resina, di legno tagliato, e sulla destra scorgo una serie di tronchi gigantesca. Mi sembra quasi di essere in Canada. Vacca boia, che flash.
Arrivo a Borgo Valsugana, sempre canticchiando noi andrem trovar la maaama per veder, veder come la sta-a. Imbocco la salita che sale sale con curve e tornanti, si arrampica piacevole e fresca verso la mia meta.
Alla fine ho parcheggiato a Villa Strobele. Ho preso il biglietto e scelto la mia strategia: prendere subito il sentiero Montura verso Malga Costa, per fare la parte in alto finché le gambe sono fresche.

Lassù ho trovato ad accogliermi il fresco vero; un venticello che gioca con le foglie e i rami degli alberi ad ogni soffio e rimette al mondo. Mi sono goduta il cammino passo dopo passo e poi ho pranzato dall’Ersilia.
E qui è iniziato un siparietto tutto italiano.
C’erano due famiglie al ristorante, famigliuole lombarde -dagli accenti- che sembravano provenire da due pianeti diversi.
Da un lato, una famiglia opaca: due bambini (sui 6 e gli 8 anni) indisponenti, noiosi e palesemente maleducati che non fanno altro che lamentarsi letteralmente di qualunque cosa, accompagnati da due genitori completamente senza polso. I genitori sono probabilmente fan di qualche psico-guru dei social media e tentano di farsi rispettare dai due giannizzeri che mugugnano e strillano per oltre un’ora, a turno e a volte in sintonia: CHE FIGATA.
Dall’altro lato una famiglia allegra con due bimbi più piccoli, sui 2 e 4 anni, vivacissimi ma educati, entusiasti di tutto ciò che li circonda; fanno domande, vogliono risposte, vogliono assaggiare: uno spettacolo meraviglioso. Da una parte la paranoia esistenziale da vacanza, dall’altra la gioia della scoperta.

Dopo pranzo, osservo con calma le opere di Arte Sella che si integrano, magnifiche, nella natura, e poi scendo con calmizia per visitare la Villa Strobele. Ecco, questo è quanto.
Della visita in sé non dirò nulla, perché tanto si sa, la sua bellezza parla da sola. Ma il bello è stato il viaggio, il modo in cui sono arrivata fin qui. Perché ho imparato a guardare le cose, a farmi domande e a lasciarmi rapire dai paesaggi, dai cartelli e dalla vita che scorre. Così anche una statale può diventare un pezzo di vita da raccontare.

Le risposte ai miei intrippi da statale (la Ruspa deve sempre scavare a fondo):
- Il mistero di quel “Degasperi” tuttoattaccato: La grafia unita non è un errore di distrazione di un operaio comunale distratto, ma il retaggio di una rigidissima burocrazia d’archivio asburgica e poi trentina. Nei vecchi registri anagrafici, per evitare che la particella “De” facesse finire l’illustre statista sotto la lettera “D” anziché sotto la “G”, si univa tutto in un unico blocco. Così l’ordine alfabetico era salvo, ma la fluidità della lettura un po’ meno. Io, nel dubbio, continuerò a scriverlo staccato, che mi fa respirare di più.
- Le Torri grigie che svettano a sud di Trento: Si chiamano Torri di Madonna Bianca (e quelle vicine di Man) e sono nate nei primi anni ’70 dall’utopia degli architetti Marcello Armani e Luciano Perini. È puro brutalismo — dal francese béton brut, cioè cemento grezzo, non perché sia “brutto” in senso estetico (anche se l’effetto malinconia è garantito). L’idea originale era quasi fantascientifica per l’epoca: concentrare migliaia di residenti in “quartieri verticali” per non rubare nemmeno un centimetro di terra alla campagna circostante e ai servizi sociali. Un sogno socialista-ecologista rimasto imprigionato in giganteschi parallelepipedi grigi nel mezzo del nulla.
- L’incredibile (e spietata) legge del Maso Chiuso: Altro che semplice casetta di montagna. Il Maso Chiuso (Geschlossener Hof) è un’istituzione giuridica medievale che ancora oggi regola la vita quassù. La regola era ferrea: per evitare che la proprietà agricola venisse frammentata tra i vari figli, diventando troppo piccola per sfamare chiunque, tutto il pacchetto (casa, stalla, prati, boschi) doveva andare a un unico erede, solitamente il primogenito maschio. E gli altri fratelli? Liquidati con una dote simbolica o costretti a rimanere a lavorare come servitori nel maso del fratello, oppure a emigrare. Una scelta durissima, ma che ha preservato il paesaggio alpino intatto per secoli.
- La strana parlata di Bernstol: Quel cartello bilingue apre la porta a una vera e propria macchina del tempo linguistica. Il mòcheno è una lingua germanofona nata nel Medioevo, portata dai coloni tedeschi (chiamati mòcheni probabilmente dal verbo machen, “fare”, perché erano noti come grandi lavoratori e artigiani instancabili). Arroccati nella Valle del Fersina, sono rimasti isolati dal resto del mondo per secoli, proteggendo la loro parlata come un fossile prezioso. Oggi lo parlano ancora in pochissimi, ma resiste come un baluardo di identità pura. Prossima meta della Ruspa? Mi sa proprio di sì…
