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figli di giganti

Chi siamo? Un puzzle di contrasti capaci di unire la matematica al disordine. Siamo figli di giganti ma, per fortuna o purtroppo, riusciamo a essere imperfettamente umani.

Ti consiglio di leggere queste righe regalando alle tue orecchie un disordine musicale inusuale. Metti in fila Pavarotti che canta Buongiorno, Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu e Paolo Conte con Azzurro. Ma aggiungici anche la Carrà, la Vanoni, Mina, Battisti, De André e Dalla. E sopra tutto, la poesia eterna di Morricone e la provocazione lucida di Giorgio Gaber.

Voci, note e melodie: tante anime diverse per una sola, incredibile colonna sonora. E tu, puoi aggiungere chi vuoi.

Anche perché prima del pop ci sono le nostre radici, quelle di chi ha inventato la musica: le stagioni di Vivaldi, l’opera di Verdi, la melodia immensa di Puccini e Rossini. Creativi, geniali, riconoscibili.

Il mondo dalla Pensione Elena

Ci sono immagini che restano addosso fin da bambini e che, senza che tu lo pianifichi, contengono già una chiave per decifrare il mondo. Per me, quell’immagine ha le forme e i profumi di Villa Elena, l’indimenticabile pensione che avevano i miei nonni ad Assenza di Brenzone.

Vecchia Cartolina Della Pensione Elena

Oggi non esiste più, al suo posto c’è un residence. No comment.

Ma la luce speciale di quel posto, quella che solo i luoghi dove è passata tanta vita conservano, è ancora tutta qui. Da lì dentro, oltre cinquant’anni fa, io guardavo il mondo arrivare. Ero una bambina curiosa, mi intrufolavo tra i tavoli, provavo a masticare le prime parole straniere per parlare con quegli ospiti che arrivavano da lontano, carichi di valigie, di aspettative e di scarpe beige.

Una bimba tra i tavoli e Ciano

Li osservavo, ed era strano: arrivavano sulle sponde del nostro lago con gli occhi spalancati, pronti a farsi travolgere dalla bellezza, dalla luce e dalla freschezza delle nostre acque. Sembravano quasi intimiditi da tanta grazia, ma poi, non appena provavano a fare i conti con la nostra quotidianità, li vedevo restare a metà tra l’estasi e l’allibimento.

Il sorriso e il “perculo” affettuoso

Sono cresciuta dentro quel flusso, ho vissuto, ho letto e ho viaggiato: dai viaggi in Africa, all’America fino a girare la nostra Europa. E ovunque io andassi, nel momento esatto in cui pronunciavo la parola “italiana”, scattava qualcosa. Un riflesso incondizionato. Un sorriso immediato, un’accoglienza calda, quasi un moto di gratitudine.

Tutti innamorati dell’Italia. Ma insieme a quell’amore immenso per la nostra cultura, arriva puntuale la derisione affettuosa, il “perculo” per le nostre stranezze, per quell’approssimazione tutta nostra che a molti di loro sembra così aliena. Specialmente ai tedeschi, agli scandinavi, agli anglosassoni.

Porto vecchio, Il Pensatore.

Loro adorano l’idea della Dolce Vita, fotografano il tramonto perfetto sul Garda, le chiese, i gelati, le piazze, ma poi si scazzano disperatamente quando si scontrano con la realtà, tipo quando si trovano in coda per acquistare un biglietto. Perché, mentre per loro la fila è un concetto matematico e rigoroso, per noi è un’assemblea condominiale spontanea dove chi è più “fluido” passa.

La verità è che restano basiti perché non capiscono come facciamo a stare in piedi nel caos. È la nostra eterna condanna, quella che Giorgio Gaber ha fotografato in una riga immortale: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Lo sanno, quegli ospiti stranieri, che noi italiani non siamo una cosa sola: noi conteniamo moltitudini.

CUCCIOLODIRUSPA con papà nel giardino della pensione

Rigore ed apertura mentale

Pensa a Roma antica. Se apriamo il libro della storia e cerchiamo di avere una visione d’insieme, cosa vediamo? Vediamo una civiltà di ingegneri illuminati che ha dato all’Occidente lo scheletro su cui poggia ancora oggi. Hanno creato il Diritto, una serie di regole così logica che si studia ancora ovunque; la LEX, la legge scritta passo passo. Tracciavano strade rettilinee e calcolavano pendenze millimetriche per gli acquedotti, e noi utilizziamo ancora quelle meraviglie dopo duemila anni.

Eppure, dentro quella stessa mente schematica, Roma costruisce una società multietnica. C’erano le legioni, ma anche la capacità di mescolare popoli e culture senza paura. Nel 212 d.C., con l’Editto di Caracalla, la cittadinanza romana venne concessa a tutti gli abitanti liberi dell’Impero. Di certo a Caracalla serviva solo per rimpinguare le casse dello Stato con nuove tasse, ma nei fatti ha creato un’integrazione totale (il marchettting non lo abbiamo inventato ieri).

E dopo i Romani, ci abbiamo messo in mezzo il Cristianesimo; la religione monoteista prende potere e spazio e trasforma i vecchi tribunali di pietra nelle nostre basiliche. Cambia tutto, ma il papa resta a Roma.

Poi arriva Dante Alighieri: quello che disegna l’Inferno calcolando gironi, punizioni e contrappassi. E dentro quella bolgia di anime ci fa stare la passione carnale di Paolo e Francesca, la disperazione paterna del conte Ugolino o la sete folle di conoscenza di Ulisse. Gabbie che racchiudono passioni giganti. Ecco un’altra delle nostre specialità: l’Amore e le passioni vissute in senso assoluto.

Da Brunelleschi a Leonardo

Nel Rinascimento abbiamo detenuto il monopolio mondiale del genio.

  • Filippo Brunelleschi usa i numeri puri per la cupola di Firenze, e lo fa per un sogno di armonia visiva.
  • Leonardo da Vinci sezionava cadaveri di notte con sistematicità chirurgica per poi dipingere il sorriso impalpabile della Gioconda il mattino dopo.
  • Michelangelo univa la fatica brutale dello scalpellino alla poesia sublime della Sistina.

Quando poi Galileo Galilei fissa le regole del metodo scientifico, non uccide la fantasia italiana. Anzi, apre la strada a scienziati visionari. Penso a Meucci e Marconi, che hanno accorciato le distanze del pianeta, o ad Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna, una manciata di fisici (quelli veri, della mente, mica quelli della palestra!) che negli anni ’30, a Roma, tra uno scherzo e l’altro in laboratorio ha scardinato i segreti dell’atomo. Capostipiti di scienziati esemplari che ancora oggi tutto il mondo ci invidia. Menti supreme, capaci di trovare l’ordine perfetto dentro il caos. Metodo ferreo unito a un po’ di sana follia.

Dalla Dolce Vita a Jannik Sinner

Fino ad arrivare a noi. Il mondo si è nutrito dei nostri sogni: la Roma di Federico Fellini, la moda di Giorgio Armani e Valentino, la Ferrari come mito assoluto (anche se quella di oggi, targata 2026, con il tocco americano ha stravolto ogni vecchia linea geometrica per reinventarsi daccapo), il calcio, il cibo. Anche quando il presente sembra perdere colpi, l’Italia si reinterpreta sempre. Tiriamo fuori il tennis preciso e straordinario di Jannik Sinner e la sua disciplina d’acciaio, e un secondo dopo ci emozioniamo per la pallavolo di Julio Velasco, italiano non di nascita, ma per scelta assoluta e visione, dove la tattica si sposa perfettamente con l’empatia del gruppo.

Conclusione

Forse tra i tavoli di Villa Elena intravedevo il mondo che ci cercava non per trovare la perfezione svizzera, ma per trovare questo dono unico: la capacità di tenere insieme gli opposti.

la Pensione Elena vista dall’alto, prima…

Ci visitano perché regaliamo loro l’illusione che si possa essere contemporaneamente profondi e leggeri, rigorosi e ruspanti. Ci amano perché siamo figli di giganti che hanno conquistato il mondo con la scienza, ma che hanno salvato l’anima restando meravigliosamente umani.

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