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L’abbraccio invisibile

Un luogo vivo accetta anche un’ imperfezione, purché sia accogliente

Da un po’ gira una strana tendenza nel mondo. Una specie di fissa collettiva per i numeri, per gli algoritmi e per le formule matematiche, come per incasellare ogni cosa: i progetti, le idee e persino le relazioni umane.

C’è questa spinta asettica che suggerisce di allineare tutto al millimetro, convinta che la perfezione coincida con l’assenza di sbavature. Ma diciamo la verità: i luoghi in cui viviamo e lavoriamo mica sono sale operatorie!

Come diceva il drammaturgo Paul Claudel:

“L’ordine è il piacere della ragione, ma il disordine è la delizia dell’immaginazione”.

E noi, per fortuna, campiamo ancora di immaginazione, mica di schede tecniche e carta millimetrata.

I miei vecchi studi di pedagogia ogni tanto tornano a bussare alla porta. Di solito lo fanno la mattina presto, prima che si accendano le luci del negozio e inizi la giostra quotidiana. Mi ricordano un principio tanto semplice quanto dimenticato: la crescita di qualsiasi essere umano si fonda sulla fiducia nel tentativo.

Che poi, parliamoci chiaro: educare, migliorare, accogliere, e sì, anche vendere, richiede metodo, ma per me si riassume in un verbo molto più profondo: benvenire. Benvenire è un verbo che mi sono inventata io, ma ci sta perfettamente.

Benvenire significa lasciare spazio all’istinto umano, accettare l’imprevisto e permettere a chi hai davanti di esprimersi. La bellezza di un incontro nasce solo lì: dove c’è un metodo che ti sostiene, ma non hai il terrore del giudizio o dell’errore.

Significa creare una struttura solida, un’organizzazione che funziona (perché i conti devono tornare alla fine del mese, mica pettiniamo le bambole!), senza mai lasciare che diventi una gabbia rigidamente geometrica.

Ci penso spesso quando mi torna in mente un ricordo di trent’anni fa. C’era un ragazzino che veniva sempre a trovarmi in negozio, faceva mille domande e amava “sistemare, allestire, fare, disfare”; si divertiva un sacco provando a inventare mondi e a dare forma alle sue primissime vetrine.

Non aveva manuali, non aveva algoritmi o influencer a guidarlo. Aveva solo l’intuito, la voglia, quel pizzico di innocente pazzia e una scintilla pura.

In quel momento avrei potuto fare la saputella: fermarlo e applicare la logica degli adulti. Invece scelsi la strada meno usuale e decisamente più bella: dargli fiducia. Si vedeva che aveva talento, ed era sicuramente mille mila volte più dotato di me in quel campo. Ho scelto di non castrare quel tentativo, lasciarlo provare, creare, sbagliare e sperimentare e quindi migliorare.

Perché la sicurezza che abbiamo oggi affonda sempre le radici nella libertà che ci è stata concessa ieri. (Vero, Nicola? 😉)

Da allora, la mia strada si è incrociata con quella di tanti altri giovani che ho avuto il privilegio di “aiutare” negli anni. Ad almeno quaranta ragazzini ho dato ripetizioni e a nessuno di loro ho mai voluto fornire nozioni preconfezionate o risposte pronte da manuale. Con altri ho lavorato ed ho rotto talmente le palle per “migliorarli” che ora quando mi vedono dicono “adesso che ho un’azienda mia comprendo le tue cazziate”. Altri per “osmosi” o per “contatto” sono cresciuti anche professionalmente. Mica cazzabubbole.

Ho cercato invece di consegnare metodi e, soprattutto, di allenare lo stupore. Perché regole e nozioni si imparano, ci mancherebbe, ma è lo stupore che ti accende la personalità e trasforma un semplice lavoro in un’arte, in sete di conoscere, di sapere, di capire.

La pedagogia insegna anche il rispetto sacro delle inclinazioni native. È un’illusione pretendere che una mente quadrata, strutturata sulle competenze matematiche, sulla logica e sul controllo totale, diventi improvvisamente un professionista dell’empatia o della creatività.

Così come sarebbe assurdo chiedere a un’anima spontanea, che vive di pancia e di calore umano, di esprimersi attraverso la rigida geometria di un algoritmo. Le diversità non sono mica difetti da correggere! Sono talenti da enfatizzare.

Un coro funziona perché c’è chi tiene il tempo e chi ci mette la melodia, mica perché cantano tutti la stessa identica nota. Se cantassimo tutti la stessa nota, dopo due minuti scapperemmo per la noia.

Tutta questa teoria, in realtà, per me non è mai rimasta confinata nei libri a prendere polvere: è diventata il motore del mio modo di essere, la lente attraverso cui vedo e vivo il mio lavoro ogni giorno.

E ne ho vista di acqua passare sotto i ponti: ho iniziato a dieci anni come cameriera nel ristorante dei miei, ho passato le ore a studiare per la maturità nei momenti morti tra una pizza e l’altra, ho cambiato mille ruoli, ho anche cresciuto due figli, ho avuto un marito, poi un compagno di avventure e – lo confesso col sorriso sornione- anche qualche amante!

Oggi che ho sessant’anni, posso dirlo ad alta voce: la vita vera ha un ritmo pazzesco e non segue (solo) i manuali aziendali dei consulenti di marketing.

C’è una sinergia profonda tra il mio modo di essere e la mia identità nello spazio in cui lavoro. Non ho mai concepito l’attività di vendere esclusivamente come uno scambio di merci, ma come un palcoscenico di relazioni umane. Il posto di lavoro per me è un luogo dinamico dove le idee circolano libere e dove l’organizzazione non soffoca mai la spontaneità. Vendere, per me, è un atto di cura verso il cliente, certo, ma spontanea, vivace e dinamica.

Penso spesso alla signora Giorgina di San Carlo dal 1973 a Torino, una Donna che ha fatto la storia della moda e che oggi, a più di ottant’anni, conquista i social facendo l’esatto contrario di quello che impongono i guru del marketing. La signora Giorgina ha un negozio pazzesco, grande e pieno di prodotti scelti con grande cura; in questo enorme spazio fanno storie e Reel che io adoro perché sono verosimili, reali. Lei ai social e alle formule matematiche risponde con la sincerità del cuore e con la ricerca di prodotti unici, con tessuti e rifiniture di pregio, senza sbandierare loghi ed etichette.

Nel lavoro, come nella vita, il valore sta infatti nella catena dei gesti umani. È la scelta della merce fatta con curiosità e con attenzione, è ricerca di prodotti che non siano troppo commerciali, ma anche la scelta del colore di un nastro fatta per intuizione passeggera, magari durante un viaggio o tra i padiglioni di una fiera, guidati dal colpo di fulmine e raramente da un freddo catalogo aziendale. È la carta da pacco ruvida ma robusta che porta con sé le pieghe delle mani che l’hanno lavorata. È la musica di sottofondo che si adatta all’umore del momento, mica a una statistica di mercato.

Ma soprattutto, è l’accoglienza. Il saluto spontaneo sulla porta, la risata condivisa con chi è entrato solo per “lustrarsi gli occhi” o per “dare un’occhiata” ed esce con un pezzetto della nostra energia, sono le canzoni canticchiate sovrappensiero o i tentativi di salutare le persone nella loro lingua, qualsiasi sia la loro provenienza.

Oggi, ammettiamolo, siamo tutti un po’ ossessionati dall’idea che tutto debba essere forzatamente “instagrammabile” per essere considerato figo o di tendenza. Ma la verità è che non tutto deve per forza finire dentro un obiettivo da dare in pasto ai social.

Quel mondo virtuale ci propone troppo spesso una realtà artefatta, finta, costruita a tavolino e totalmente priva di naturalezza, forzatamente lucida, e definitivamente poco genuina. Io di contro sono ruspante, sono reale e difettosa.

Però se eliminiamo il “difetto” (un sorriso stanco, un oggetto non perfettamente allineato, una giornata iniziata col piede sbagliato, il rossetto in po’ sbavato) solo per inseguire quell’estetica asettica da influencer, rischiamo l’effetto che denunciava sempre Michele De Lucchi: finiamo per dimenticare che l’ordine assoluto è sinonimo di assenza di vita.

Il Maestro De Lucchi ricordava che i luoghi devono essere “gentili”, capaci di accettare le imperfezioni e l’imprevedibilità di chi li abita, perché è solo lì che le persone si sentono protette e considerate.

L’unica cosa che nessun algoritmo potrà mai impacchettare e spedire a casa in ventiquattr’ore è proprio questo: l’abbraccio invisibile di un luogo vivo. Quello spazio umano che accetta il “sano disordine” della vita e lo trasforma, finalmente, in vera accoglienza che è l’immagine più pura e emozionante che possiamo offrire.

Perché la perfezione stupisce, ma è l’imperfezione che fa sentire a casa. O no?

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