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Il mondo in tre secondi

e un BUONGIORNO

I greci antichi avevano un modo molto semplice per catalogare il mondo: c’erano loro, e poi c’erano oi bárbaroi, i barbari, cioè tutti quelli che non parlavano la loro lingua e producevano solo suoni confusi. I romani, invece, quando hanno conquistato mezzo pianeta hanno fatto l’esatto contrario: si sono mescolati, hanno assorbito e hanno lasciato che il loro latino si fondesse con le parlate locali, creando quel mosaico pazzesco di accenti e dialetti che ancora oggi cambia ogni dieci chilometri.

Io ho decisamente una mente romana. Ho una vera e propria ossessione, nel senso più ottimistico del termine, per la comunicazione. Mi piace capire da dove vengano le persone, come parlino, come appoggino la lingua sul palato. E non mi interessano solo gli stranieri: gli italiani sono un parco giochi meraviglioso. Mi basta sentire una vocale più o meno aperta per far partire il mio radar. Adoro la melodia di Pordenone con quella sua O strettissima, o certe zone del profondo padovano prima di arrivare a Venezia dove la parlata è così veloce, tronca e monosillabica che sembra quasi cinese. Ho persino frequentato vari corsi di dizione, ma alla fine nel quotidiano ci bado poco: parlo un discreto italiano naturale, senza sforzarmi di dire “tre” con la E chiusa. Mi serve solo l’orecchio, che è sensibilissimo.

In oltre quarant’anni di lavoro a contatto diretto con i turisti, ho visto il mondo cambiare forma. In passato, a qualunque straniero varcasse la soglia, dicevo subito “Guten Tag”. Dopotutto, il novanta per cento delle persone sul Lago di Garda arrivava da lì. Oggi tutto si è mescolato e io ho deciso che è giusto accogliere le persone in italiano. Un semplice, chiaro “Buongiorno”.

Mica per nazionalismo. È che il buongiorno non offende nessuno. Al massimo, spaventa alcune anziane signore tedesche che non capiscono la lingua, si irrigidiscono e partono subito sulla difensiva: “Nur gucken! – Guardiamo solamente!”, convinte che quel saluto sia un modo per obbligarle a comprare o per chiedere “Che minki@ fai qui dentro?”.

Invece il mio è solo l’inizio di un gioco. Subito dopo quel buongiorno, infatti, faccio partire la mia radiografia mentale. Osservo l’aspetto fisico, gli outfit, le dinamiche. Perché certi nasi sono solo scandinavi, certi occhi sono solo spagnoli o greci, certi abiti gridano “Inghilterra” lontano un chilometro. Guardo e cerco di capire chi ho davanti: una coppia, una famiglia, amici, amanti…

In anni e anni di esperienza ho capito che la provenienza geografica e relazionale è un codice d’accesso.

Ci sono gli americani: open, caciaroni, entusiasti di tutto. Comprano anche se ti confessano che non hanno più spazio in valigia. Poi arrivano gli inglesi: super polite, gentili, riservati, vestiti a caso (non casual), ti riempiono di “lovely” e “brilliant” ma volano low-cost e non comprano manco una spilla per non pagare il supplemento bagaglio. I francesi, un tempo più snob, oggi entrano, parlano e si incazzano pure se per abitudine ti rivolgi loro in tedesco. Però quando si esprimono fanno quella bocca a bacio e accentano tutte le parole con quella O strana, nasale, che ti porta subito a Paris. I russi invece sono imperativi, prepotenti, non vogliono aiuto, ma quando decidono comprano un botto e diventa tutto un do svidanija, spasibo e sorrisi. E poi che dire delle ragazze del Baltico, quelle che arrivano da Tallinn o da Riga sembrando modelle, e che parlano lingue misteriose che per me sono codici cifrati?

E il radar continua, perché oggi la mappa è immensa. Arrivano i clienti dal Sud-est asiatico: li riconosci subito, certo, dal taglio degli occhi, ma soprattutto per quell’attitudine fatta di un’eleganza sussurrata, i movimenti composti, i grandi occhiali da sole e quel modo di parlarsi a bassa voce che sembra una preghiera. E poi ci sono quelli che ti portano dentro la saudade: entrano con occhi caldi e nostalgici, tipici dei portoghesi o dei brasiliani. Guardano gli oggetti, parlano tra loro ed io comincio subito a canticchiare Vinícius de Moraes o Toquinho.

Incontrare l’umanità intera nello spazio di alcuni metri quadri è una meraviglia. Non ho bisogno di viaggiare: è il mondo che cammina sul pavimento dove lavoro. Ma, diciamoci la verità, non è sempre una passeggiata di salute.

A volte mi verrebbe da attaccarli al muro. Vorrei urlare:

“Per cortesia, non toccare quella tovaglia di lino pregiato con le mani ancora appiccicose della pizza che hai appena ingurgitato!”,

oppure

“Per piacere, tieni quel meraviglioso cane che sbava lontano da quel bellissimo libro!”

o anche

“Signoooora, il suo bambino è bellissimo, ma sta rompendo i bicchieri (oltre a rompermi la pazienza e i pochi neuroni rimasti)!”.

Ma non lo dico.

Non lo dico perché sono educata, a volte, e soprattutto perché c’è una consapevolezza che provo a non dimenticare mai: queste persone sono in vacanza. Molti di loro hanno risparmiato per mesi per potersi permettere questo viaggio sul lago. E quando si è in vacanza, le difese si abbassano, ci si rilassa, si diventa un po’ bambini e si perde il senso del limite.

Il mio compito, anche a fatica, è benvenire tutto questo. Accettare che la gente sia goffa, distratta o un po’ rumorosa, perché fa parte del pacchetto della libertà. Dietro ogni radiografia mentale che faccio mentre mi muovo tra i prodotti esposti, c’è il rispetto per la storia di chi è partito da lontano per venire a cercarci.

E il mio “Buongiorno” è solo il modo per dirti: “Benvenuto a bordo, adesso mettiti comodo che ti faccio la radiografia e ti accompagno se hai bisogno di me, o ti lascio libero di sguardare ovunque”.

Qualche informazione in più per chi vuole curiosare: Se ti stai chiedendo se la storia della mente greca e romana sia solo una mia licenza poetica… beh, sappi che dietro c’è la linguistica vera!

A differenza dei Greci, che isolavano chiunque non parlasse la loro lingua bollandolo come “barbaro”, i Romani erano dei pragmatici pazzeschi. Non cancellavano le culture locali: le inglobavano. Pensa che nel 212 d.C., con l’Editto di Caracalla, la cittadinanza romana venne concessa a tutti gli abitanti liberi dell’Impero. Un’integrazione totale.

E i nostri dialetti? Sono nati proprio da questo gigantesco disordine. Quando i popoli conquistati (Galli al nord, Etruschi al centro, Oschi al sud) dovettero imparare il latino, iniziarono a masticarlo ognuno con la propria bocca e le proprie abitudini fonetiche. In linguistica si chiama sostrato. Se qui al Nord pronunciamo certe vocali strette o abbiamo suoni particolari, è proprio perché i nostri antenati Galli hanno “sporcato” il latino con la loro parlata originaria.

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