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Gli attori (e le rughe)

Una riflessione a partire dalla nuova serie “Scarpetta” con Nicole Kidman.

Se c’è una cosa che ho sempre amato, sono le storie che scavano nel fango. C’è stato un tempo in cui la mia libreria e il mio comodino erano invasi da polizieschi, legal thriller, noir scandinavi e best seller di Stephen King; pagine consumate a inseguire un’umanità ferita, personaggi psicotici, omicidi seriali e investigatori imperfetti.

Da lettrice accanita a spettatrice di Netflix e piattaforme simili, il passo è stato breve. Ho divorato la cupezza scandinava de L’uomo delle castagne, mi sono lasciata cullare dal dolore metodico di Broadchurch e ho camminato sulle scogliere gallesi, sferzate dal vento di Hinterland. Storie lente, umane, dove le facce dei protagonisti raccontavano il peso della vita senza bisogno di troppi effetti speciali.

Non sono una malata di serie TV. Le guardo sul mio Mac, a volte voracemente (tipo cinque puntate di seguito) magari la sera dopo il lavoro, per staccare la testa. Me ne sto sdraiata sul mio sgualcito e amato divano, con il computer sulla pancia che si alza e si abbassa a ogni mio respiro.

L’ultima della lista è Scarpetta. [1] Da vecchia fan dei romanzi di Patricia Cornwell non potevo perdermela, però sullo schermo mi sono trovata davanti a un prodotto eccellente ma, a mio parere, con pochissima anima. [2, 3]

Mi spiego: Kay Scarpetta è interpretata da Nicole Kidman, un’attrice immensa, una professionista che ha fatto la storia del cinema. Ma oggi guardarla recitare è diventato un esercizio frustrante. Come può un medico legale, una donna che per mestiere convive con la morte, l’orrore e lo stress delle autopsie, avere la pelle liscia come il marmo di Volargne e le sopracciglia completamente bloccate? [4, 5, 6]

Il contrasto è quasi comico. Nella linea temporale dei flashback ambientati nel 1998, gli attori giovani hanno facce vere, fresche, mobili; nel presente, la Kidman rischia di sembrare una statua di Madame Tussauds, la tipa del museo delle cere di Londra.

Nicole Kidman

Non è la prima volta che mi capita questo effetto “gomma”. L’avevo già vista di recente in una cornice decisamente più solare ma altrettanto artificiale, The Perfect Couple, accanto a un carismatico Liev Schreiber. Lì, mentre lui interpretava un marito ubriaco ma adorabilmente stronzo, muovendo ogni singola ruga del suo carisma, lei sembrava intrappolata in una maschera di cera.

Chi salva la baracca

In Scarpetta, per fortuna, a scaldare l’atmosfera ci pensano gli altri attori del cast:

Il Benton Wesley di Simon Baker è un uomo indurito, stanco, “accartocciato” dai segreti dell’FBI. Baker non ha usato il botox: ha accettato il tempo che passa e usa i segni intorno agli occhi come uno strumento musicale. Quando sono in scena insieme, è lui a fare tutto il lavoro sporco: ci mette l’anima, lo sguardo e la vulnerabilità, facendo recitare anche lo spazio vuoto che l’immobilità espressiva della protagonista rischia di lasciare.

Simon Baker

E poi c’è Dorothy, interpretata da una Jamie Lee Curtis a volte troppo sopra le righe, ma pur sempre vera, umana, con le sue tette in mostra, le rughe espressive e la panzetta fiera di una splendida donna over 70. Anche il detective Marino ne esce come un personaggio “verosimile” e profondamente umano.

Jamie Lee Curtis

Una riflessione (senza pretese)

Qui è arrivata una riflessione, che magari può sembrare sciocca, ma io non scrivo per vincere il Pulitzer o il Nobel per la letteratura!

Un tempo il jet set hollywoodiano era un giardino variegato. C’erano attrici strepitose, uniche per personalità e stile; donne non standardizzate che avevano un carattere tutto loro e che vedevi invecchiare anno dopo anno, con una grazia naturale e fiera (ecco, magari eccetto Cher, lei fa storia a sé! Ahahah).

Oggi invece c’è un’ansia da prestazione che fa paura. Non si aspetta più la maturità: iniziano a tirarsi, a riempirsi e a “botoxarsi” già appena dopo i trent’anni. Lo si nota su attrici splendide come Anne Hathaway, su Megan Fox, o su ragazze giovanissime che a trent’anni hanno già lo sguardo fisso e gli zigomi bloccati. Diventano una fotocopia dell’altra.

E se devo essere sincera, la stessa tristezza la vedi ormai anche sugli uomini. Attori che ricordavo ruvidi, affascinanti e pieni di sensualità, che oggi si presentano sullo schermo con facce gonfie, spianate, lucide. Uomini “tirati” che fanno quasi stringere il cuore, perché perdono tutta la loro espressività per inseguire un’idea di eterna giovinezza che li rende solo dei bambolotti di gomma.

Eppure, l’alternativa c’è. Penso a personaggi meravigliosi, icone super cool che hanno scelto di invecchiare con una dignità e una classe pazzesche. Donne come Helen Mirren, Charlotte Rampling, Andie MacDowell, Meryl Streep, Frances McDormand o la fantastica Emma Thompson, Julianne Moore, la Bellucci, la Loren, la Sandrelli e la Rossellini. Uomini come Jeff Bridges, Mads Mikkelsen, Colin Firth, Antonio Banderas, Javier Bardem, sono così stra-boni, così, un po’ stropicciati, no??

Loro non hanno paura del tempo: portano i segni sul volto come uno strumento di lavoro, come una mappa della loro vita. Nei loro occhi vedi la storia, il loro percorso, le loro esperienze. Mi viene in mente una regina del nostro cinema come Anna Magnani, che ai suoi truccatori diceva di non toccare le rughe, perché ci avevano messo una vita intera a farsele.

Anna Magnani

Se iniziamo a piallare ogni spigolo, finiamo per sembrare dei manichini intercambiabili fin da giovani! E poi cosa ci resta da raccontare? Il cinema si sta privando della cosa più importante: l’imperfezione che emoziona. Io da spettatrice non voglio espressioni tutte uguali, voglio volti capaci di contrarsi, di vivere, di raccontare il dolore e la gioia. Voglio la realtà, non l’idea di bellezza di un chirurgo.

Altrimenti, tanto vale andare in gita a Londra da Madame Tussauds. Ma lì, almeno, lo sai fin dal principio che stai guardando delle statue.

[1] https://it.wikipedia.org

[2] https://www.oscarmondadori.it

[3] https://www.tvinsider.com

[4] https://www.popcornerd.it

[5] https://tg24.sky.it

[6] https://www.libero.it

POST SCRIPTUM: Se ti va di fare un salto indietro nel tempo, qualche anno fa scrivevo proprio della bellezza e della libertà di definirmi “anziana”.

Puoi rileggerlo qui: Sono una donna anziana

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