Le parole di quelle tre donne del Qatar mi sono rimaste appiccicate addosso per tutta la sera. “Noi abbiamo il denaro, ma tu hai tutto questo”. Ci ho ripensato mentre chiudevo la porta del negozio, ci ho ripensato arrancando esausta verso casa, sentendomi incredibilmente, immensamente blessata. Ricca di una ricchezza che non si deposita in banca, ma che riempie gli occhi e l’anima.
Poi, dopo cena, come faccio spesso quando cerco un attimo di sosta, mi sono messa a scrollare Instagram. E lì è successo qualcosa di strano. Sarà stato l’algoritmo che per una volta, miracolosamente, ha deciso di non propormi improbabili personal coach, rimedi miracolosi o corsi di make-up, ma mi sono imbattuta in un paio di post che sono stati una specie di rivelazione. O meglio, la prosecuzione naturale e rumorosa dei miei pensieri.
Il primo era un articolo de L’AltraMontagna; subito dopo, quasi a tenersi per mano, sono arrivate le slide di Factanza.

Mentre leggevo quelle parole sullo schermo dello smartphone, nella mia testa hanno ricominciato a risuonare, fortissime, anche le riflessioni di quella coppia di Brema che era entrata in negozio poche ore prima. Il cerchio si chiudeva. L’articolo di L’AltraMontagna parlava chiaro, mettendo il dito nella piaga di come i borghi storici si stiano progressivamente svuotando dei veri residenti per diventare parco giochi turistici a uso e consumo stagionale. Subito dopo, le slide di Factanza rincaravano la dose con dati alla mano, spiegando l’importanza vitale dei “terzi luoghi”, quegli spazi di aggregazione gratuiti o spontanei, come il bar sotto casa, la piazza, la vecchia bottega o il locale curato dai ragazzi del posto, e di come la loro scomparsa stia distruggendo il tessuto sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Quei turisti tedeschi, con la delicatezza di chi guarda le cose da fuori, mi avevano detto esattamente la stessa cosa che i giornalisti cercavano di spiegare nei loro post: il rischio, enorme, è di trasformare la bellezza in una scenografia. Di scambiare i nostri paesi per delle cartoline lucide, ma tragicamente vuote.
Quante volte, del resto, passeggiando per la mia Malcesine, ma anche altre località italiane, mi sono fermata a guardare i vicoli pensando la stessa cosa? C’è un rischio sottile che corre chi vive di turismo: quello di sforzarsi così tanto di compiacere l’ospite da finire per perdere se stessi.
Lo vedi soprattutto fuori, per strada. Assistiamo al pullulare continuo di cibo “take-away”, consumato in piedi, sui gradini delle case o davanti ai negozi, semplicemente perché mancano gli spazi reali per potersi sedere a mangiare con calma. I vicoli rischiano di trasformarsi in un buffet a cielo aperto dove si cammina schivando persone che mangiano in piedi con il loro coffee to go, tranci di pizza e vaschette di plastica. E poi ci sono i plateatici selvaggi, con negozi che ormai espongono più merce all’esterno che all’interno. Ma se svuoti il locale e metti tutto fuori, per strada, esponendo un’accozzaglia di merce, allora sei un mercato, non sei più un negozio.

In questo modo, senza accorgercene, rischiamo di trasformare lo spazio di tutti in un grande bazar. La strada e la piazza, che da sempre sono il salotto del paese – il posto dove ci si ferma a fare due chiacchiere e a respirare la bellezza – diventano corsie di un brutto supermercato all’aperto che nasconde l’architettura e l’anima del paese: la pietra antica, i portoni storici e la bellezza dei vicoli spariscono, soffocati dalle merci e dai tavolini. Diventa tutto invisibile. Sembra si voglia sostituire l’accoglienza con i grandi numeri: inviamo e-mail fredde, messaggi standard su WhatsApp, ma non raccontiamo più nulla.
Se proviamo a guardare fuori dal circuito più battuto, nei paesi che mantengono ritmi diversi, trovi ancora una realtà che respira. Lì il ristorante nel pomeriggio chiude perché si fa la siesta. L’albergo è spesso a conduzione familiare, e dietro al bancone o tra i tavoli trovi lo stesso cameriere che hai visto l’anno prima, con qualche capello in meno e qualche anno in più, ma con lo stesso sorriso. Quella non è arretratezza: è l’ostinazione di voler rimanere umani.

Il turismo è la linfa vitale della nostra economia ed è meraviglioso che il mondo desideri vedere i nostri borghi. Ma quando un paese perde i suoi spazi di comunità e la sua essenza, si sfascia qualcosa nell’ingranaggio sociale. Diventa qualcosa che mi fa paura. Mi è venuto in mente quel film con Albanese e Virginia Raffaele, “Un mondo a parte”: se i centri storici si svuotano di residenti, non ci sono più bambini. E se non ci sono bambini, le scuole chiudono. Senza una comunità che ci vive dodici mesi all’anno, un paese rischia di diventare un guscio vuoto, una scenografia a uso e consumo dei flussi stagionali: un parco a tema.
Guardiamoci intorno: molte strutture lasciano il posto alla gestione automatizzata, è la risposta naturale alla richiesta di flessibilità e velocità di oggi: arrivi, digiti, entri. È comodissimo, certo, ma cancella l’interazione umana. Zero chiacchiere, zero consigli su dove mangiare la sera, nessun contatto.
Per me la differenza non è una questione di nostalgia: è una questione di valore. Se entri in una bottega o in un’attività gestita con presenza fisica, c’è qualcuno che ti consiglia, ti racconta il territorio, mette passione in quello che fa. Lì dentro non compri solo un servizio o un oggetto, ti porti a casa un pezzetto di cultura locale, una voce umana, un accento, un sorriso, le occhiaie. E questo vale sia per la vecchia osteria sia per il bistrot moderno aperto da un giovane che ha deciso di scommettere sul proprio paese.
Non ho ricette pronte in tasca e i processi economici globali sono troppo complessi per essere risolti con uno schiocco di dita. Però una riflessione sul nostro potere di scelta possiamo farla.
La tecnologia e la comodità sono alleati formidabili, ma ogni nostra decisione quotidiana – dove decidiamo di bere un caffè, quale porta decidiamo di aprire, come decidiamo di viaggiare – contribuisce a disegnare il volto dei nostri paesi di domani. Possiamo alimentare comunità vive, capaci di integrare l’innovazione senza perdere l’ospitalità, oppure rassegnarci a noiose scenografie senz’anima, da fotografare in un weekend e poi dimenticare.
Le donne del Qatar, ieri, quella ricchezza l’hanno vista nei nostri occhi, guardando un tessuto sociale che per noi è la normalità, ma che in molte parti del mondo sta diventando un lusso raro. Questa bellezza resta viva solo se continuiamo a nutrirla con le relazioni e con il fattore umano.

La prossima volta che cammini per un vicolo, prova a farci caso. Dietro ogni porta aperta c’è una scelta. E noi, da che parte decidiamo di girare la chiave?
