Oggi ho fatto una cosa quasi rivoluzionaria: ho scelto di perdere tempo per guadagnare bellezza.
È lunedì, fuori c’è un caldo cacofonico e io dovevo andare a Verona. Se avessi percorso la solita Gardesana, a quest’ora sarei ancora in coda a Torri del Benaco per colpa del mercato, o bloccata tra Punta San Vigilio e Garda, in quel pezzo di strada rallentato da sempre – praticamente da quando ho memoria di guidare. E ammettiamolo: oggi non avevo nessuna voglia di stare lì, con gli occhi sbarrati, a concentrarmi sui ciclisti rintronati, sugli scooter che sfrecciano, sui turisti tedeschi che inchiodano di colpo a caccia di una spiaggia o sui furgoncini che sbandano perché il guidatore si distrae a guardare le ragazze in bikini. Oggi volevo la lentezza. Volevo il lusso di potermi distrarre.
Così ho spento la fretta e ho allungato la strada. Sono salita da Mori, Sano e Marco – e lasciami dire che leggere di fila quel cartello “Mori Sano” mi fa sempre spuntare in bocca una risata sciocca, improvvisa come il “fiore in bocca” della vecchia pubblicità Colgate. Dopo la risatina, giù per la Val d’Adige passando da Ala. E che strada… Si snoda, sale e scende dolce tra i vigneti, incastrata lì, nel mezzo, tra la maestosità del Baldo e l’altopiano dei Lessini. Ma quanto verde, ma quante vigne, ma quanti pensieri alla rinfusa!
Al ritorno, stessa valle ma sulla sponda opposta, per risalire verso casa. Sono scesa prima da Rivoli per sentire il fiato del massiccio del Baldo dritto sulla testa. Poi su, passando da Belluno Veronese con i suoi ponticelli sull’Adige, fino ad arrivare all’ombra del castello di Avio, abbarbicato sulla roccia. Bello, bello, bellissimo. Tu non puoi capire se non ti fermi.
Mentre guidavo con il fiume che mi correva di fianco, in quella totale libertà di sguardo, pensavo a quando studiavamo la storia antica a scuola. Ci hai mai fatto caso? Tutte le più grandi civiltà sono nate così, appiccicate all’acqua. La Mesopotamia tra il Tigri e l’Eufrate, gli Egizi sul Nilo, i Romani sul Tevere. I fiumi erano le autostrade del mondo, fonti di vita, di commercio e di encontri straordinari. Certo, Sparta e Atene no… però… E Tebe? Beh, la Tebe greca è nata tra le colline e i torrenti, un’eccezione alla mia regola geografica da viaggio, ma concedimi la licenza poetica: oggi io ero proprio lì, a ricalcare la spina dorsale di una di quelle vie millenarie, solo perché ho deciso di non correre.
Chi va di fretta, chi imposta il navigatore sul “percorso più rapido”, si perde tutto questo rito del viaggio. Vede solo asfalto, strisce bianche e fari posteriori. Guarda, ma non vede. E io oggi volevo vedere.

A Verona volevo vedere la mia vecchia scuola, l’educandato Agli Angeli, e sorridere al pensiero che nessuno oggi mi crederebbe se dicessi di essere stata un’educanda (ebbene sì!). Volevo vedere il volto di una cameriera chiacchierona e gentile a Castelvecchio, capace di regalarmi una storia e un consiglio prezioso per il pranzo scambiando solo due parole con me.
E poi volevo entrare in quella mostra al Teatro Ristori e lasciarmi travolgere. Avevo già vissuto un’esperienza simile con una mostra multimediale su Caravaggio, ma quella era raccontata, c’era una voce che ti spiegava cosa guardare. Questa su Frida no. Questa era solo IMMAGINI E MUSICHE. Nient’altro. Un bombardamento sensoriale puro, totale, con una colonna sonora che definire azzeccatissima è dire poco. Passavi dalle atmosfere profonde di Florence and the Machine alla passionalità disperata di Gabriella Ferri (la sua Grazie alla vita ti entrava sottopelle), dalla voce immensa di Mina con l’Ave Maria alle note di Madonna con La vie en rose. Cazzarola! Un cortocircuito di colori feroci, sangue, lacrime e amore accompagnato da musiche fenomenali che ti vibrano nella pancia fino a farti explode dentro una strana, violentissima… felicitezza. Frida non guardava la vita: la azzannava, la dipingeva, la soffriva. La vedeva e la viveva tutta, anche quando faceva male. Ahhhhhhh, che donna!
Uscendo da lì, con quella scossa viscerale ancora in circolo, ho pensato a quanto siamo distanti da quel suo modo totalizzante di stare al mondo. Lei non faceva calcoli, non pianificava il domani: esisteva, punto. Noi, invece, abbiamo smesso di farlo. Siamo diventati tutti terribilmente efficienti. Sempre connessi a un futuro anteriore o a un periodo ipotetico, come quelli che stamattina ripassavo con Lucia, la mia strepitosa allieva di Bratislava. Ma la vita vera accade al presente indicativo.
Mentre tornavo a casa, con gli occhi ancora pieni dell’oro e del sangue dei quadri di Frida, tra l’altro, quel biglietto era un regalo di compleanno azzeccatissimo, pensavo a uno strano paradosso che mi si è chiarito tra le mani sul volante. Sembra assurdo, ma quando decidi di muoverti lentamente, il tempo non si perde affatto: si allarga. Scegliere la via più lunga e godersi il nastro d’asfalto che costeggia il fiume ha trasformato questo lunedì in un giorno immenso, spazioso, accogliente.
Oggi ho barattato la fretta con la lentezza, e la strada mi ha restituito ogni singolo minuto, dilatato e pieno di colori.
E tu? Quando è stata l’ultima volta che hai spento il navigatore per regalarti un po’ di bellezza?
