Dall’uovo sodo alla panna montata
Il mio giorno libero è un po’ come l’aspirina: arriva in random, a seconda dei bisogni e del caos lavorativo di NSG.
E quando arriva, si porta dietro una lista di mille mila buoni propositi che, puntualmente, si scontrano con la realtà della pigrizia involontaria.
Avevo deciso: mi sarei alzata presto, avrei ripreso le mie passeggiate lungo il lago, parlando mentalmente con le onde e ascoltando i miei podcast del cuore.
Invece? Sono rimasta accoccolata nel letto fino alle 8:30. Primo caffè, poi gli esercizi di inglese — che già dopo pochi minuti si sono impantanati su qualche infernale congiunzione tipo moreover o otherwise.
E intanto, la vita incalzava.
Dal ristorante al piano terra hanno cominciato a salire rumori e odori.
Sì, odori, non profumi. Perché alle 9:30 del mattino il soffritto di cipolla e aglio non è esattamente bucolico.
Altro caffè. Chat con un’amica.
CAZZEROLA, sono già le 11:00.
Il giorno libero è una battaglia persa in partenza.
Ma è ora di muoversi. Doccia, shampoo viola (regalo del mio amico Thorsten, cliente tedesco che ogni anno si prende cura dei miei “capelli da fata”), e via: destinazione mamma.
Le avevo promesso un pomeriggio in pasticceria: un buon caffè con panna e qualche pasticcino.
Così è iniziata una giornata che doveva essere all’insegna del relax salutare… ma che, lo anticipo, si è rivelata un piccolo disastro calorico, perché oltre alla pasticceria con la mamma avevo in programma una cena s San Zeno di Montagna con una vecchia amica.
Eppure — acciderbola che bontà.
Colazione, traffico e Saint-Tropez
Dopo lo shampoo color fata ho buttato giù un uovo sodo e uno yogurt greco.
Sano, no? Salutare e pure di moda, prima di affrontare la missione Pasticceria.
Poi, via verso Bussolengo.
La Gardesana Orientale, anche a ottobre, è un delirio di turisti.
È suggestiva, certo, ma da febbraio a fine stagione vorrei solo il dono del teletrasporto.
Perché, dico io, è il mio giorno libero e devo litigare con i ciclisti ?!
Mentre guidavo, finiti i podcast, ho iniziato a cantare.
Mi è venuta in mente Saint-Tropez Twist, colpa di mio figlio Rico che è davvero lì per una regata.
E allora vai: finestrino semiaperto, vento nei capelli e io che canto come una rockstar in pausa pranzo.
Al ritorno, invece, la colonna sonora l’ha dettata mia madre.
Nel traffico delle cinque a Bussolengo, ha esclamato: “Che confusione!”
E io — riflesso pavloviano — ho cominciato a canticchiare Sarà perché ti amo.
Disastro.
Odio quella canzone, e proprio per questo non se ne andava più.
Ridevo da sola, mi sentivo una demente sorridente, prigioniera del pop anni ’80.
Panna, pasticcini e solitudini
Comunque, tornando in tema, arrivata da mia madre, mi sono trovata davanti un elenco dettagliato di “cose pratiche” da fare.
Le madri non chiedono: delegano con dolce fermezza.
Finalmente, la pasticceria.
Scena: disappunto della regina-madre per la panna.
La voleva fresca e non zuccherata; lì, invece, c’era solo quella in bomboletta. DISASTRO!
Non commento.
Tre paste alla crema dopo (sue) e due mie (con moderato senso di colpa), abbiamo ritrovato la pace dei sensi e lei il sorriso.
E lì, tra un sorso di caffè e un cucchiaino sospeso, mi è arrivato addosso quel pensiero che ogni tanto mi visita:
la solitudine dei vecchi.

Non quella elegante dei numeri primi, ma quella fatta di pomeriggi uguali e di silenzi che non chiamano più nessuno.
Mia madre è cresciuta in un mondo diverso, con un unico marito — il mio adorato papà — che è stato un gigantesco amore dolceamaro, come tanti della sua generazione.
Quando lui se n’è andato, lei si è sentita persa.
E da allora non si è più del tutto sollevata.
Ha poche amiche, pochissimi contatti con la realtà (e sì, anche un caratterino che non aiuta).
Eppure, guardandola lì — la crema che le lascia un baffo sulle labbra e quello sguardo ancora fiero — ho sentito una stretta, quella che arriva quando capisci che quella vecchiaia lì potrebbe essere anche la tua.
Abito di fronte a una casa di riposo.
La sera, guardo le luci accese dietro le tende e mi chiedo se qualcuno, lì dentro, abbia ancora voglia di ridere di sé, di cantare una canzone idiota in macchina o di gustarsi una panna montata, anche se di bomboletta.
Forse è questa la differenza: la curiosità.
La voglia di avere ancora voglia.

Le piccole cose che mi fanno felice
Alla fine, penso sempre a quel tema delle scuole medie:
“Le piccole cose che mi fanno felice.”
La mia prof mi aveva dato un voto altissimo, e da allora quel titolo mi accompagna come un promemoria gentile.
Le piccole cose sono il profumo del vento (non della cipolla alle 9:30 del mattino).
Sono il colore del cielo a pecorelle sopra San Zeno dopo la meravigliosa cena con la mia amica.
Sono il sapore della panna montata — anche se è quella della bomboletta..
Sono il ridere a crepapelle in compagnia di qualcuno, o canticchiare canzoni che non sopporti e che, proprio per questo, ti restano addosso come la vita. Le piccole cose sono un valore inestimabile e inesauribile, basta riconoscerle.
Il mio giorno libero non è stato sano, né produttivo.
Ma cazzerola, che bontà.
E forse, a pensarci bene, anche questa — imperfetta, disordinata, umanissima — è una forma di felicità.
E tu, riesci a trovare la “felicità” nelle piccole cose?

3 replies on “L’Imperfezione Gioiosa del Giorno Libero”
Sono FELICE di seguirti.
Amica di Anne
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Sono FELICE di seguirti.
Amica di Anne
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Ma Grazie cara MariaRosa! Anche io seguo Voi! 🥳
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