Ci sono giornate che non iniziano semplicemente quando suona la sveglia, ma con un vero e proprio atto di volontà. La mia gita è cominciata così, alle quattro del mattino, in quel momento in cui il mondo fuori è ancora immerso nel silenzio più profondo e l’aria profuma di notte.
Alle 4:45 ero già al volante della mia auto, attraversando il buio delle strade per andare a recuperare mia sorella. Da lì, via di corsa verso la stazione di Verona Porta Nuova, con l’obiettivo preciso di salire sul treno regionale delle 06:22.
È stato a Padova che il nostro equipaggio si è finalmente completato, quando sono salite a bordo le mie cugine. Quattro donne, una complicità collaudata negli anni e una gran voglia di regalarci una giornata completamente fuori dal tempo, dalle abitudini e dai doveri.
Alle 8:05 il treno ha frenato sui binari di Venezia Santa Lucia. La Serenissima ci ha accolto con un’aria frizzante e, sopra la testa, un cielo di un “blublublu” così intenso, limpido e brillante da sembrare quasi finto, lavato dal primissimo sole del mattino. Prima di muovere anche un solo passo, però, il caffè è stato un passaggio obbligato: un piccolo rito per riattivare le funzioni cerebrali e darci il via.
Subito dopo abbiamo iniziato a schizzare a piedi, a passo di marcia, dalla stazione verso la Riva degli Schiavoni, per raggiungere il pontile di San Zaccaria. Ed è stato proprio durante questa traversata veloce, tra le calli che iniziavano appena a popolarsi, che ho scovato due chicche, due angoli che mi hanno parlato dritto al cuore e che mi hanno ricordato i miei figli. Prima Campo S. Leonardo e, poco dopo, il Campiello Riccardo Selvatico.


Due incroci di toponomastica veneziana che, in mezzo alla fretta della partenza, mi hanno regalato un sorriso e un pensiero tutto per i miei ragazzi. Una volta arrivate a San Zaccaria, ormeggiato e pronto a salpare, ci aspettava il Burchiellino.
Elogio della lentezza e profumi
Lasciare Venezia dall’acqua è un’emozione che toglie il fiato e che, in qualche modo, riconcilia con il mondo.
Mentre il battello si staccava dalla riva, abbiamo guardato Palazzo Ducale e l’imponente Campanile di San Marco allontanarsi lentamente, mentre sullo sfondo si stagliavano i profili palladiani e maestosi dell’isola di San Giorgio Maggiore e della Chiesa del Redentore alla Giudecca.

Ma la vera magia, quella più profonda, è iniziata quando abbiamo abbandonato il bacino e la laguna per addentrarci nell’entroterra, superando la prima conca di navigazione e imboccando il Naviglio del Brenta.
Sono rimasta letteralmente stregata e affascinata dalla navigazione fluviale. Ho amato immensamente la lentezza intrinseca di questo mezzo di trasporto, perché ti impone un ritmo diverso e ti dà la possibilità straordinaria di immergerti totalmente, con tutti i sensi, nel paesaggio circostante.
Si scivola dolcemente su acque che hanno un colore verdognolo e fangoso, ma si tratta di un fango “buono”, pulito, una torbidità fatta di natura, di erbe libere che ondeggiano sotto la superficie. Le rive, tra l’altro, erano splendide: curate e animate senza un briciolo di immondizia a deturpare la vista.
Il fiume è vivo anche sopra l’acqua: lungo le sponde abbiamo incrociato moltissimi uccelli. Soprattutto tantissimi esemplari bianchi con una buffa e graziosa crestina sulla testa, che sorvegliavano la corrente insieme a qualche cormorano scuro appostato qua e là.
Durante la navigazione mi è piaciuto moltissimo scoprire anche il funzionamento di alcune cose molto pratiche, legate alla vita millenaria della laguna e del fiume: ad esempio l’uso di quei pali numerati piantati nell’acqua, che fungono da limite invalicabile e indicano con precisione ai marinai dove la barca possa passare in tutta sicurezza, senza il timore di incagliarsi nelle secche o nel fondale fangoso.
E poi, l’olfatto. Stando seduta lì per ore sul ponte, mentre il Burchiellino mi trasportava placido e senza fretta, ho respirato un’aria viva, che cambiava profumo a ogni singola ansa del fiume. A seconda di dove ci sichiedesse, l’aria si faceva densa di fragranze: prima il profumo inebriante del glicine, poi l’intensità del gelsomino, e un chilometro più in là una ventata improvvisa e dolcissima di tiglio. Una vera e propria mappa olfattiva in continuo mutamento.

In quella pace assoluta, cullata dal movimento dell’acqua e circondata da tanto verde, la mia testa ha fatto una capriola incredibile: ho iniziato a sognare a occhi aperti, a pensare a quanto mi piacerebbe, un giorno, vedere e navigare sul Mississippi. E mentre inseguivo quel sogno oltreoceano, nella mente scorreva una colonna sonora bellissima, un meraviglioso, caldo pezzo blues.
L’intelligenza di Palladio e la sosta a Oriago
La prima grande sosta della mattinata è stata a Villa Foscari, la celebre “Malcontenta”. Lì sono rimasta colpita dall’intelligenza pura di Andrea Palladio. È stato affascinante vedere come abbia saputo creare un capolavoro architettonico assoluto utilizzando materiali poveri, e ho apprezzato moltissimo la sua scelta rigorosa di non volere le barchesse – gli edifici di servizio – attaccate al corpo principale della casa, proprio per preservare la sacralità, l’isolamento e la purezza visiva della dimora.
Grazie ai racconti a bordo, è stato anche bello scoprire i meccanismi della vita quotidiana dei nobili dell’epoca. Ad esempio, ho capito finalmente perché il primo piano di una casa viene chiamato “piano nobile”: era proprio lì, sollevato dall’umidità del terreno e dalle possibili esondazioni del Brenta, che si svolgeva la vera vita di rappresentanza dei signori, lasciando il pianterreno alle cucine, ai magazzini e alla servitù.

Alle 12:00 in punto, la sosta pranzo al ristorante Il Burchiello a Oriago. Avendo lavorato sia in cucina che in sala, ho guardato l’experience con occhio decisamente clinico ed empatico: dover sfamare novanta persone in meno di un’ora richiede una macchina da guerra, e loro sono stati strabilianti per efficienza. Certo, il cibo non era memorabile, ma era fresco, edibile e onesto. Senza infamia e senza lode, con un rapporto qualità-prezzo assolutamente ok per un servizio a tappe.
Da un ricordo pop allo sfarzo dei Dogi
Ricaricate le energie, siamo salite di nuovo a bordo e la navigazione è ripresa alle 13:15 in direzione di Mira. Ed è stato proprio qui, dopo aver superauto altre conche, dopo che la guida aveva ricominciato a snocciolare i nomi dei dogi e la storia antica, che il mio cervello ha fatto un pazzesco salto all’indietro.
Altro che patrizi veneziani! La mia mente è volata dritta all’infanzia, ai ricordi di Carosello, e nella testa ha cominciato a risuonare l’intramontabile ritornello della pubblicità dei detersivi: “Mira Mira l’Olandesina, MIRA-LANZA ti è vicina…”. È incredibile come un semplice toponimo possa attivare un cortocircuito pop.
Ci siamo fermati con il battello ad aspettare che aprissero il ponte proprio di fronte a Villa Lanza, sulla destra risalendo verso Padova. La guida ci ha raccontato che era stata di proprietà proprio della famiglia Lanza della famosa industria. Da lì, girando lo sguardo a circa 200 metri sulla sponda opposta, si vedevano chiaramente i vecchi stabilimenti e una specie di torre con la scritta, imponente e sbiadita dal tempo, “MIRALANZA”.
Che storia!!!

Continuando a risalire il fiume, il pomeriggio ci ha riservato il gran finale, l’apice dello sfarzo: Villa Pisani a Stra. Lì l’architettura si evolve, diventa maestosa, monumentale, quasi sfacciata nella dimora che fu del doge Alvise Pisani.
Lì dentro cammini nella Storia con la “S” maiuscola: si evocano i 114 dogi della Serenissima, si calpestano le 114 stanze che videro il passaggio di Napoleone, si ammirano lampadari che sembrano cascate di luce e si scoprono quei pavimenti veneziani “elastici”, i terrazzi, progettati con una maestria tale da assecondare i minimi movimenti della struttura senza creparsi mai nei secoli.


Microcosmi d’acqua, tempi morti e figli delle stelle
Un’altra parte della gita che ho sinceramente adorato sono stati i cosiddetti “tempi morti” dedicati alle chiuse, o porte d’acqua. Vedere l’ingegneria idraulica in azione, con il battello che entra nella vasca e viene sollevato o abbassato per superare i dislivelli del fiume, è uno spettacolo affascinante che richiede tempo.
E io ho amato moltissimo stare lì seduta per ore, semplicemente fermandosi a guardare, lasciandosi trasportare mentre la voce della nostra guida, Stella, riempiva l’attesa con i suoi racconti. Stella è stata bravissima: parlava un italiano arricchito da un gradevole e musicale accento padovano, per poi passare con una disinvoltura assoluta all’inglese e al tedesco. Ascoltandola ho scoperto un piccolo mondo dietro di lei: ha studiato russo, suona il pianoforte e riesce a comunicare benissimo anche in spagnolo. Una guida davvero fantastica.
Intorno a noi, sul battello, si muoveva un microcosmo umano che sembrava uscito dalle pagine di un romanzo. Accanto al nostro quartetto sedeva una viaggiatrice solitaria arrivata direttamente da Tokyo: parlava un italiano impeccabile e possedeva quell’aplomb, quella compostezza e quella “classe” tipica dei giapponesi che ti fa sentire immediatamente un po’ rozza a confronto.
Poco più in là c’era l’immancabile contingente di turisti tedeschi rigorosamente con i sandali ai piedi, affiancati da colorate e distinte signore âgées inglesi, e infine un delizioso gruppetto di nonnine italiane “croccanti”, piene di energia, sguardi vispi e commenti vivaci su tutto ciò che vedevano.
E poi, dopo Villa Pisani, quando abbiamo iniziato l’ultimo tratto di Naviglio, l’atmosfera è cambiata all’improvviso. Stella non parlava più, il silenzio del pomeriggio si è sciolto e dalle casse ha iniziato a risuonare una playlist pazzesca, che sembrava arrivare direttamente dal nastro magnetico di una gita delle medie.
Siamo passate senza freni da Figli delle stelle a Il cobra della Rettore, per poi scivolare sulla febbre del sabato sera dei Bee Gees, fino a fare un balzo in avanti con Cremonini, Alicia Keys, i Coldplay e, per non farci mancare nulla, pure Eminem mentre vedevamo le mura di Padova, il vescovo senza testa e il leone di San Marco senza ali.
Che figata. Il contrasto perfetto tra la grande Storia dei Dogi appena lasciata alle spalle e la leggerezza pura di un pomeriggio cantato a squarciagola con la mente.

L’unghia di luna e l’effetto orsetto lavatore
La nostra lunghissima risalita si è conclusa a pomeriggio inoltrato, verso le 18:45, quando il Burchiellino ha finalmente attraccato a Padova, a Porta Portello. Da lì ci siamo dirette a piedi verso la stazione, ritornando alla realtà dei binari.
In stazione abbiamo salutato le cugine, che abitano a pochi chilometri da Padova; Elena ed io, invece, abbiamo preso il regionale veloce delle 19:40 per tornare a Verona. Una volta arrivate a Verona, dopo un po’ ci siamo divise, ognuna diretta verso la propria casa.
Quando ho imboccato la via per risalire il lago verso Malcesine era ormai sera inoltrata. Nel buio profondo del cielo brillava una bellissima unghia di luna, una presenza nitida e luminosa che mi ha semplicemente fatto compagnia per tutto il viaggio di ritorno.
Alle spalle avevo tante tante ore di viaggio. Sentivo addosso una stanchezza infinita, una di quelle stanchezze che ti piegano le gambe, ma era una stanchezza buona, ricca, “polposa”. Il sole caldo e brillante di quella giornata memorabile ha voluto lasciarmi un ultimo, indelebile souvenir: mi sono letteralmente bruciata la faccia.
Quando ho varcato la soglia di casa e mi sono guardata allo specchio, sono scoppiata a ridere da sola. Sotto le luci di casa sembravo un orsetto lavatore, con il viso tutto rosso e i segni bianchi e netti degli occhiali stampati intorno agli occhi.
È il prezzo da pagare per queste giornate indimenticabili, piene di risate condivise, di geometrie palladiane, di profumi di tiglio e di una bellezza antica. Giornate che, senza alcun dubbio, aiutano a vivere meglio.

DIAMO I NUMERI: MA QUANTE SONO?
Lungo i 36 chilometri di fiume che collegano Padova a Venezia c’è un affollamento pazzesco: si contano circa 150 ville venete (e in tutta la regione sono addirittura più di 4.000). Un patrimonio pazzesco nato in circa 3 secoli, tra il Quattrocento e il Settecento, all’apice della potenza della Serenissima.
Queste dimore erano la massima espressione di un’epoca in cui Venezia contava davvero nel mondo. Era proprio qui che i “siori” esprimevano tutta la loro ricchezza e la loro cultura: il Naviglio del Brenta era diventato il prolungamento ideale del Canal Grande, una via strategica dove fare a gara a chi mostrava il proprio prestigio.
Non erano semplici case di campagna, ma veri e propri status symbol dove sfoggiare materiali preziosi, tessuti, lampadari immensi, parchi rinfrescanti e pareti interamente ricoperte di affreschi spettacolari. Un modo per godersi la vista sul fiume e, allo stesso tempo, gestire gli affari della terraferma.




