📍 Malcesine, in una giornata d’autunno che odorava di pioggia, tende di velluto rosso e femminilità
Domenica era il mio ultimo giorno di ferie.
Diluviava.
E io ero in casa, ben spalmata sul divano, con la mia fidata copertina crochet che profuma di ambra e vaniglia.
Sapevo che alle 17.00, a Palazzo dei Capitani, ci sarebbe stato uno spettacolo dedicato alle donne nell’opera lirica.
E ho pensato: fanculo la pigrizia.
Il maestro Andrea Testa è un incantatore: quando racconta musica, si apre un varco.
La pioggia era un sipario che mi proteggeva dal mondo.
Fuori il caos, dentro una stanza meravigliosa e un violino.
E tante persone curiose come me — coppie, signore, ragazzi — tutti lì, a sfidare il tempo uggioso per un’ora abbondante di bellezza.
Andrea ha parlato… e la sala intera ha smesso di respirare.
È così: lui potrebbe spiegarti il funzionamento di un frullatore e farti riflettere sul senso della vita.
Figurati quando racconta l’opera.
Figurati quando parla di donne.
Io non sono un’esperta, anche se all’Arena, per la lirica, ci sono stata:
– Tosca (e subito dopo… mi sono separata),
– Rigoletto in poltronissima (un lusso inaspettato)
– Aida con amici (una meraviglia).
Eppure non avevo mai sentito l’opera così vicina, così mia.
Quella sera, invece, mi sono sentita dentro ogni storia.
Ma andiamo con ordine.
✨ Regina della Notte — Il flauto magico, W.A. Mozart (1791)
Andrea ha aperto con lei: la furia perfetta.
L’aria che ti fa tremare le ossa.
“Se non per mano tua Sarastro non è ucciso,
non sarai più mia figlia!”
La musica qui diventa un’arma: gli archi incalzano, i fiati diventano vento, gli acuti sembrano spalancare il cielo.
La Regina è rabbia lucida, calcolata.
E mentre l’ascoltavo ho pensato:
Sì, anche io a volte vorrei urlare così.
Per fortuna, di solito mi passa in trenta secondi.

✨ Gilda — Rigoletto, Giuseppe Verdi (1851)
Gilda è l’innocenza. La più pura. La più ferita.
Intrappolata tra un padre che la ama male e un amore che la inganna meglio.
“Caro nome che il mio cor…”
E la musica?
Il violino la accompagna quasi fragile.
Il flauto la solleva come una promessa fatta sottovoce.
Quante Gilde ho visto nella mia vita.
Quante Gilde siamo state.
Pure io, per un po’, ho creduto ai “caro nome”.
Poi è passata la ruspa.
✨ Violetta — La Traviata, Giuseppe Verdi (1853)
Lei è la più moderna di tutte.
Sfrontata, emancipata, viva.
“Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia…”
Un inno alla libertà femminile nell’Ottocento.
Violetta è vita che brucia, è festa, è consapevolezza.
Ma sotto la luce, c’è l’ombra.
E quella dualità la capiamo tutte.
Io per prima.
✨ Mimì (Lucia) — La Bohème, Giacomo Puccini (1896)
La mia Mimì-Lucia, la più umana.
“Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia…”
“…ma i fiori, i veri fiori, ahimè, non hanno odore!”
Lei ricama fiori che non profumano.
E questa immagine mi ha trapassata come uno spillo.
La musica, qui, è seta: i flauti disegnano, i violini respirano.
Puccini sapeva far parlare gli strumenti come fossero voci.
Mimì siamo noi, nei giorni teneri.
Lucia quando torniamo serie, pratiche, adulte.
✨ Carmen — Carmen, Georges Bizet (1875)
Carmen è fuoco puro.
È libertà insopportabile per chi non sa contenerla.
“L’amour est un oiseau rebelle…”
“L’amor è un uccello ribelle che nessun può addomesticar…”
La sua è una storia di femminicidio.
Di controllo.
Di un uomo che non accetta di essere lasciato.
Quanto è moderna Carmen?
Troppo.
E questo fa male.
Ma il modo in cui continua a ballare, respirare, vivere — questo sì, questo dà forza.
✨ Cio-Cio-San — Madama Butterfly, Giacomo Puccini (1904)
La mia preferita.
La più delicata, la più devastante.
“Un bel dì, vedremo…”
Cio-Cio-San aspetta Pinkerton, un marinaio statunitense.
Un fedifrago, un uomo piccolo.
Uno che torna dall’America con un’altra moglie e vuole prendersi il figlio come fosse un souvenir.
La musica, qui, non accompagna:
respira con lei.
Il flauto è una preghiera.
Il violino è una ferita.
E il suo sacrificio finale è un atto d’amore così assoluto da togliere il fiato.
E noi tutte, almeno una volta, siamo state Butterfly:
nell’attesa, nell’illusione, nella fede cieca.

Sorelle, tutte
Uscendo nella pioggia avevo il cuore pieno.
Mi sentivo parte di una genealogia immensa.
Una fila di donne — furiose, fragili, ribelli, ingenue, luminose.
E quella sera io sono stata
un po’ Regina,
un po’ Gilda,
molto Violetta (quando mi va),
Lucia detta Mimì nei giorni morbidi,
Carmen quando sale la ruspa,
e Cio-Cio-San nei minuti di tenerezza assoluta.
L’opera non è lontana.
Siamo noi che a volte ci sentiamo lontane da noi stesse.
Ma quelle voci, quegli archi, quei fiati… mi hanno riportata a casa.
Siamo fortunate, noi:
viviamo nella patria del “bel canto”,
abbiamo l’Arena di Verona,
e abbiamo artisti come Andrea Testa che sanno trasformare una domenica uggiosa in un rito di sorellanza.
📜 La poesia giusta per chiudere
Anne Sexton — Her Kind (1960)
“I have been her kind.
I have found the warm caves in the woods,
filled them with skillets, carvings, shelves,
closets, silks, innumerable goods;
fixed the suppers for the worms and the elves:I have been her kind.”
🇮🇹 Traduzione
“Sono stata quel tipo di donna.
Ho trovato le grotte calde nei boschi,
e le ho riempite di pentole, intagli, mensole,
armadi, sete, innumerevoli cose;
ho preparato le cene per i vermi e per gli elfi:sono stata quel tipo di donna.”
🎧 Colonna sonora
“Sempre libera” – La Traviata, Giuseppe Verdi
Perché è moderna, allegra, decisa, volitiva
e perché — tra tutte — è quella che più mi assomiglia.

One reply on “Sorellanza all’opera”
Donne… Che anche senza una probabile via d’uscita scelgono di essere uniche, vere.
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