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Calimera (o Calispera)

Una camminata in cerca dell’autunno, e l’ho trovato nei colori caldi del bosco. Mentre Molveno si prepara all’inverno, ho passeggiato canticchiando, anche per distrarmi dai cartelli…

La ricognizione prima della partenza

Questa settimana avevo il giorno libero stranamente di giovedì. Ed avevo anche una gran voglia — dopo settimane di lavoro e parole — di silenzio, di montagna, di autunno.

Per giorni ho esplorato cartine, foto, blog di viaggi. Alla fine ho scelto: Molveno, un piccolo lago incastonato tra le Dolomiti di Brenta, che pare riflettere l’anima di chi lo guarda.
Alle 11 del mattino sono partita con la mia Micra, che a seconda dell’umore si chiama Calimera o Calispera (perché anche le auto, come le persone, hanno il loro lato duplice).

La strada che sale

Già salendo, dopo Arco, passando per Drò e Pietramurata, il paesaggio mi ha rapita: i vitigni ordinati, qualche albero di mele, e la Sarca — sì, la Sarca, al femminile, perché qui i fiumi hanno anima e carattere. È lei l’immissario del Garda, la vena viva che scende tra le rocce e parla in dialetto trentino.

Poi arrivano Sarche, le gallerie e infine le curve che si arrampicano sulla montagna. Attraverso Villa Banale, un paese dal nome curioso, poi arrivo a San Lorenzo Dorsino (un tempo San Lorenzo in Banale). Passo per la via principale e scopro che qui si celebra una sagra famosa, dedicata a un salume antico, la Ciuìga. Mi riprometto di googlare al ritorno; scopro infatti che la CIUÌGA è un insaccato nato per necessità, fatto con carne di maiale e rapa bianca. Una storia di povertà e ingegno, che oggi profuma di memoria e orgoglio.

Il lago e il sentiero

Arrivo a Molveno. L’aria è fresca, montana, il vento increspa la superficie dell’acqua come se volesse raccontare qualcosa. Parcheggio (al “Pozze”, per i dettagliatori seriali 😄), e inizio a camminare. Anzi, a dire il vero prima mi fermo ad un bar e mi sparo un Aperol Spritz in compagnia di alcuni passerotti più interessati alle patatine che a me! È un inizio perfetto — un brindisi leggero alla giornata che comincia.

Mi sono sentita affine a San Francesco

Il giro del lago sono circa undici chilometri. Undici chilometri di pace, silenzio, respiro. A tratti il sentiero si inerpica tra gli alberi e regala scorci sul lago come dietro una tenda di pizzo — quelle che hanno sempre le nonne, e che lasciano entrare la luce giusta. Il colore dell’acqua cambia con il cielo: non azzurro azzurro, ma abbracciato ad un grigio lucente, quasi argento. È struggente e dolce insieme, come una canzone di fine estate, una canzone bella, eheheh.

È stata una camminata meravigliosa. Ero partita con un obiettivo preciso – trovare l’autunno – e l’ho trovato in pieno.

Colori!

L’ho visto, prima di tutto, nei colori: il bosco era una vera e propria tavolozza di un pittore, con tonalità calde e mixate che mi hanno lasciata senza fiato. Vederlo così, in quella veste accogliente, mi ha emozionata profondamente.

Camminavo e, senza accorgermene, canticchiavo, come avviene sempre.
Prima mi è venuto in mente “Wake me up when September ends”, poi — davanti a un tappeto di foglie dorate — “The falling leaves drift by my window, the autumn leaves of red and gold…”. Era tutto red and gold.
E in fondo al sentiero, con le nuvole che si abbassavano sul lago, mi è scappato un “Cielo grigio su, foglie gialle giù”.
L’autunno, alla fine, era tutto lì: nei versi che mi giravano in testa e nell’aria che sapeva di bosco e silenzio.

Colori!

Alla fine, quando il sole ha cominciato a calare, mi è venuto spontaneo mormorare

L’autunno ti fa sonnolento
La luce del giorno è un momento
Che irrompe e veloce è svanita
Metafora lucida di quello che è la nostra vita


Non so perché. Forse perché davvero l’autunno sorprende ogni volta: cambia tutto e sembra non cambiare niente.

E sì, c’erano anche i cartelli “Attenzione: zona orso!” 🐻
Per sicurezza ho cantato più forte.
Se proprio dovevo farmi trovare, almeno con un buon repertorio.

Strudel, cioccolata e gratitudine

Dopo undici chilometri, mi sono concessa un piccolo banchetto: un toast farcito con insalata e pomodori, una fetta di strudel (by the way, ottimo!) e una cioccolata calda con panna vera, non quella della bomboletta.

La cioccolata era così densa e peccaminosa che ho temuto di aver disonorato i miei 11 km di fatica. Ma l’ho mangiata tutta. L’onore è importante, ma lo strudel è sacro.

Piacere vero!!!

Seduta lì, ho pensato che sì la bellezza non serve a nulla, ma proprio per questo salva il mondo. Come la bontà, come la gentilezza, come il silenzio che ci ricorda che ci siamo ancora.

Epilogo

Sono tornata a casa nel tardo pomeriggio, con la memoria piena di immagini e la mente più leggera. La giornata è scivolata via come una pagina scritta bene, senza troppe cancellature. La bellezza, cazzerola, salverà il mondo, no??? O almeno — oggi — ha salvato me.

Tornando al parcheggio

E basta un giorno libero, una strada che sale, un lago che ti ascolta. Non serve molto per ritrovarsi: solo il tempo di rallentare, di ascoltare i propri passi, di respirare il silenzio.

Il mondo corre, fa rumore, pretende. Ma ci sono momenti — rari e preziosi — in cui tutto si ferma, e la vita torna semplice come un riflesso sull’acqua.

E mi sento a casa ovunque ci sia un sorriso estasiato, una canzone che conosco a memoria da canticchiare, il profumo di un bosco o quello della cioccolata calda.

Magari la felicità non è un traguardo, ma un cammino lento, con il vento in faccia e le mani che stringono un toast farcito quando si ha una fame da lupo!

Colori!

Se davvero “la bellezza salverà il mondo”, allora che inizi da qui — da un giovedì qualunque, da Molveno e da me.

— Sabrina, aka Cucciolodiruspa

Piccola nota di toponomastica (per chi ama le parole)

Molveno, dicono gli studiosi, deriva da mollis vena, “dolce sorgente”. E in effetti è un nome perfetto: morbido da pronunciare, come l’acqua che scorre, come il passo lento del cammino.

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