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Sapori (ricordi e desideri)

caffè?

Il caffè della Peppina, non si beve la mattina, nè col latte nè col tè…

Bere un caffè è…

Tempo fa La Renza mi ha scritto un messaggio in cui mi diceva che stava per iniziare un rito: preparare il caffè con la napoletana. Non ho mai bevuto un caffè alla napoletana, ma sono attratta da questa pratica perché mi sa di tempo ben speso. Da lì la mia mente ha iniziato a volare ed ha abbracciato i ricordi, le sensazioni e le emozioni di quello che significa per me “beviamo un caffè”.

Di primo acchito ho ripensato alla mia infanzia ed alla macchina del caffè espresso che avevamo al bar di famiglia, grande, lucida e con della leve lunghe che io non potevo azionare se non quando qualche adulto mi prendeva in braccio. E faceva un rumore particolare, una specie di risucchio, mi affascinava e mi piaceva tutto il lavoro che serviva per preparare il caffè: i chicchi profumati, la macinatura, la polvere, le tazzine tenute al caldo sopra il marchingegno. Nel frattempo allo Zecchino D’Oro i bambini del Piccolo Coro dell’Antoniano cantavano:

Il caffè della Peppina

Il caffè della Peppina
Non si beve alla mattina
Né col latte, né col thè
Ma perché, perché, perché?
La Peppina fa il caffè
Fa il caffè con la cioccolata
Poi ci mette la marmellata
Mezzo chilo di cipolle
Quattro o cinque caramelle
Sette ali di farfalle
E poi dice: “Che caffè!”

Poi ho ripensato al tintinnio del cucchiaino del caffè che mia madre girava nella chicchera, la mattina presto, mentre portava il caffè a papà; era una loro abitudine, era un modo di dirsi che si amavano, era la prima coccola della giornata: tin tin tin tin tin

I primi caffè li ho bevuti a casa, in cucina, con mia madre che cuciva con la macchina da cucire portatile, ed arrivavano le vicine di casa. L’aria profumava di caffè e di sigarette, come la canzone di Scialpi. Ed in quei minuti spesi insieme, si chiacchierava di moda, di cibo e di piccoli segreti. Io ero ancora bambina, ma mi incuriosiva questa specie di rito, tutto al femminile, le risate, le parole a volte bisbigliate e lo stato d’animo.

Crescendo ho iniziato anche io a far parte di questo club esclusivo.

Ogni tanto anche io mi sedevo in compagnia della mamma e della vicine e mi sentivo “adulta”, adoravo le risatine ed i racconti che ascoltavo con tanto interesse, le donne sanno essere così leggere, così complici a volte!

Poi ho iniziato a frequentare il liceo, ogni mattina prendevo la corriera per andare a Verona e, con alcune altre compagne di classe ci si trovava a fare colazione al bar all’angolo, che si chiamava come il liceo che frequentavo. Lì ci si incontrava per bere il caffè, per copiare le versioni e per mangiare degli strabuonissimi bomboloni alla crema. Ripenso al profumo del caffè del bar, la mattina, prima di iniziare le lezioni: irrinunciabile!

Dopo il liceo ho iniziato a studiare lettere all’università (senza peraltro concludere il mio percorso) ed ho trovato in Elena l’amica del cuore. Stavamo sempre insieme, quando andavamo in facoltà ed anche quando studiavamo. Spesso lo facevamo a casa sua, mentre sua figlia di pochi mesi dormiva o sedeva sul seggiolone ascoltando le nostre elucubrazioni. Ed in quei giorni indimenticabili bevevamo caffè, mangiavamo fruttolo bistecche e patatine per colazione e parlavamo di come avremmo conquistato il mondo. Avevamo un progetto ambizioso, una “banca del tempo”, per dare alle mamme ed alle donne in genere, il modo di poter aver del tempo per sé stesse. Ma questo è un’altra storia.

Sono poi diventata mamma.

Dopo essermi sposata, emigrata a Malcesine e diventata mamma, la persona che più associo al caffè è Susanne, la mia Amica storica. Abbiamo bevuto non so quanti caffè insieme, a casa mia, a casa sua, nella corte di fronte alla sua pizzeria (che ora è la corte del negozio in cui lavoro) ed anche su skype. Quando viveva qui ci si vedeva tutti i giorni, anche più di una volta al giorno, ed il tempo di bere un caffè ci permetteva di aggiornarci su “le ultime novità”. Fumavamo un paio di “cicche” e ci raccontavamo tutto. sorseggiando caffè bollente che usciva borbottando dalla storica moka Bialetti. Da quando è tornata in Danimarca beviamo il caffè insieme ogni domenica mattina, intorno alle 9.00: ci telefoniamo e ci raccontiamo sorseggiando il caffè!

Ci ho riflettuto, il caffè è potenziale.

Mi permette di iniziare le cose al mattino e mi fa andare avanti per tutto il giorno. Mi dà il tempo per riflettere e pianificare, l’energia per fare e persino l’opportunità di entrare in contatto con amici ed a volte con amanti ed amori. Quante volte bevo un caffè in compagnia di qualcuno che mi piace, con cui amo conversare, coccoveggiare, sorridere…

Il caffè ha varie sfaccettature, nel senso che prende in vari modi: è

  • transfert di stress e malumori il caffè mi rende nervoso,
  • corroborante per la debolezza e la stanchezza sono giù, ho bisogno di un caffè,
  • riparo e rifugio, tipo spararsi una bella tazza di caffè caldo sul divano,
  • facilitatore di relazioni andiamo a prenderci un caffè e ne parliamo.

Ho fatto un po’ di ricerche e:

mentre cercavo la storia del caffè ho scoperto un mondo interessante e pieno di fascino.

La diffusione del caffè, nel mondo musulmano, si fa risalire al tredicesimo secolo come bevanda in alternativa al vino vietato dal Corano; nel nostro Paese arrivò nel 1600, dapprima nella città di Venezia e successivamente nel resto della penisola.
Fu introdotto attraverso il fiorente commercio con l’Impero Ottomano, preparato con la tostatura molto scura seguendo la preparazione alla turca. Inizialmente fu accolto con perplessità, perché si credeva fosse la bevanda del Diavolo per il colore nero.
Fu Papa Clemente VIII che la battezzò in nome di Dio dopo averlo sorseggiato per risolvere la disputa.

I primi ad usare il caffè, come rito mattutino, furono proprio i napoletani che lo accompagnavano al cornetto nei bar sparsi per la città.

Il successo del caffè, non soltanto come bevanda, ma come vero e proprio rito sociale, affonda le proprie radici nei secoli passati e ha un profondo legame con la cultura, soprattutto letteraria.
Tra gli autori italiani, merita sicuramente una citazione Carlo Goldoni: da La bottega del caffè a Le femmine puntigliose, come anche in altre commedie, egli analizza il ruolo che il caffè occupa nella società del Settecento in un momento storico in cui (il caffè) sta diventando, progressivamente, la bevanda preferita e maggiormente diffusa tra la classe borghese, mentre i nobili bevevano cioccolata calda.

Ho riscoperto i Caffè Letterari:

Nelle ricerche ho trovato anche un sacco di notizie sui Caffè famosi, nel senso dei luoghi dove si beveva il caffè e si faceva cultura: si decideva il destino culturale e sociale del continente, si scambiavano idee e si scriveva! Erano i Caffè Letterari, ed anche se il primo Caffè letterario d’Europa non nacque in Italia, fu comunque un italiano a fondarlo: il locale si chiamava Le Procope, e fu aperto nel 1686 a Parigi dal giovane siciliano Francesco Procopio dei Coltelli. Sapevo della loro esistenza grazie ai miei studi, ricordavo anche una rivista che si chiamava Il Caffè, ma poi l’informazione è andata a perdersi tra i ricordi e i pensieri.

Ecco i Caffè più famosi in Italia:

  • a nord-est, precisamente a Trieste, troviamo il Caffè Tommaseo, uno dei locali più antichi del capoluogo friulano, che deve il proprio nome a Niccolò Tommaseo, [eroe della breve ed eroica Repubblica di San Marco (1848-1849) e autore del “Dizionario della Lingua italiana”, il più importante vocabolario prodotto durante il Risorgimento]. Non si hanno certezze sulla data della fondazione, ma è noto che a partire da 1830 nelle sue sale si sono incontrati banchieri della Borsa, giornalisti, artisti, avvocati e letterati, tra gli altri, James Joyce, Italo Svevo, Franz Kafka e, in tempi più recenti, Fulvio Tomizza e Claudio Magris. Eleganza e sobrietà.
  • Venezia, nella stupenda piazza San Marco, dal 1720 c’è il famosissimo Caffè Florian. Il fondatore, Floreano Francesconi, aveva elaborato per il suo locale un nome altisonante, “Alla Venezia trionfante”. Ma ai Venessiani non piaceva e incominciarono a chiamarlo più semplicemente col nome del padrone, naturalmente nella pronuncia locale: Floriàn. Nelle sale affrescate, sui suoi tavolini in marmo bianco, si sono seduti, tra gli altri, Stendhal, Foscolo, Lord Byron, Balzac, Richard Wagner e Charles Dickens. Unico!
  • Padova troviamo il bellissimo Caffè Pedrocchi, realizzato fra il 1831 e il 1842. Definito “caffè senza porte” perché, fino al 1916, era aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, il locale padovano è stato il ritrovo di patrioti che hanno dato inizio ai moti risorgimentali. Nelle sale di questo edificio in stile neoclassico, per anni si sono dati appuntamento redattori di giornali letterari e umoristici, studenti universitari, direttori e docenti dell’Ateneo padovano e uomini politici. Ci sono stata da poco con mio figlio, ha perso un po’ di credibilità, ma resta pieno di fascino.
  • Milano, vicino al Teatro La Scala, nel 1817 fu inaugurato l’elegantissimo Caffè Cova, oggi conosciuto come Pasticceria Cova. Vi si riuniva la crème della borghesia milanese ed anche scrittori importanti, come Arrigo Boito, Giovanni Verga, Federico De Roberto, Giuseppe Giacosa. E spesso anche Giuseppe Verdi si sedeva ai suoi tavolini. Il famoso locale milanese vanta anche varie citazioni in alcune opere dello scrittore americano Ernest Hemingway. Che spettacolo.
  • Torino, dal 1763, c’è il Caffè Al Bicerin, che deve il suo nome alla bevanda simbolo del capoluogo piemontese, il “bicerin”, appunto: un delizioso nettare composto da crema di latte, cioccolato e caffè. Lo storico locale si trova nel cuore della città, accanto al Santuario della Consolata, e il suo iniziale successo fu dovuto anche al fatto che i fedeli appena usciti dalla messa vi si andavano a rifocillare dopo aver trascorso molte ore senza mangiare (all’epoca, e fino al 1957, il “digiuno eucaristico” prima della comunione scattava dalla mezzanotte del giorno precedente a quello della celebrazione). Sorseggiando il “bicerin” gli avventori potevano incrociare personaggi di un certo calibro, come Camillo Benso conte di Cavour, Alexandre Dumas padre, Giacomo Puccini e Friedrich Nietzsche. Che voglia!
  • Pisa, in Toscana, abbiamo il Caffè dell’Ussero, fondato nel 1775. Anche l’Ussero vanta come clienti alcune celebrità, tra le quali il poeta premio Nobel Giosue Carducci, il filosofo Giovanni Gentile, il fondatore del movimento futurista Filippo Tommaso Marinetti, gli scrittori Curzio Malaparte ed Ezra Pound ed anche il filosofo Filippo Mazzei, amico dei primi cinque presidenti Usa, e soprattutto di Thomas Jefferson, cui si dice abbia suggerito l’inserimento della pursuit of happiness nella Dichiarazione di Indipendenza. Mica pizza e fichi!
  • A Firenze nel 1897 fu fondato dai fratelli Reininghaus (fabbricanti di birra tedeschi) il Caffè Giubbe Rosse. Per i fiorentini era difficile pronunciare quel cognome, allora preferivano darsi appuntamento da quelli con le giubbe rosse, indicando in tal modo i camerieri del locale che indossavano una divisa alla moda viennese del tempo. Questo è uno dei Caffè letterari più famosi d’Italia, si può dire che sia il caffè letterario per antonomasia dove transitarono dapprima Papini, Soffici, Prezzolini, Marinetti, Boccioni, Palazzeschi, Carrà poi, tra le due guerre Montale, Gadda, Saba, Bo, Luzi, Landolfi, Gatto, Pratolini, Bigongiari, Parronchi, tra gli altri e poi, nel dopoguerra, numerosi altri intellettuali come Vittorini e Quasimodo. Fantastico!
  • Roma c’è l’Antico Caffè Greco, dal 1760 tempio della cultura della capitale. Deve il suo nome probabilmente all’origine ellenica del fondatore e per un certo periodo fu anche chiamato popolarmente Caffè dei Tedeschi, per la presenza di clienti provenienti dalla Germania, tra i quali molte celebrità, come Schopenhauer, Wagner, Liszt e Mendelssohn. Il Caffè Greco, che tra l’altro è anche un’enorme galleria d’arte privata aperta al pubblico, tra le più grandi del mondo, ospita mensilmente gli incontri del Gruppo dei Romanisti (accademici e studiosi della storia e della cultura di Roma). Appena tornerò a Roma ci andrò!
  • Napoli invece troviamo il Gambrinus, tra i cui illustri frequentatori vi fu anche Oscar Wilde, che nel 1897 si era rifugiato nella città partenopea dopo aver scontato, nel carcere di Reading, due anni di reclusione a seguito di una condanna per reati contro la morale. La sua presenza nel Gran Caffè non passò inosservata. Le stanze di questo locale, hanno ospitato parecchie personalità della cultura internazionale ed hanno ascoltato curiose le conversazioni della borghesia napoletana della Belle Époque e quelle di celebri personaggi italiani e stranieri, come Hemingway, Sartre, Croce, D’Annunzio, Totò, i fratelli De Filippo… fino a Bill Clinton. Immagino l’atmosfera!

Per stavolta mi fermo qui ma prima voglio raccontare una bellissima usanza che si sta riprendendo proprio qui in Italia. Si ispira ad una vecchia tradizione nata nei primi del ‘900 proprio a Napoli, quella di lasciare il  “caffè sospeso” per chi verrà dopo, consolidata soprattutto tra la gente del popolo. L’iniziativa era rivolta ai passanti meno fortunati nella vita di tutti i giorni, che si avvicinavano al bancone del bar e chiedevano: c’è un sospeso per me?. 

 da Il caffè sospeso

“Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo”.
Luciano De Crescenzo

TO BE CONTINUED

9 risposte su “caffè?”

Hai dimenticato il Bar Mommo 🙂
Bellissimo articolo, come sempre. Talmente bello e reale che mi è subito venuta su la voglia di fare il caffè con la moka. Grazie, grazie , grazie, ancora una volta ho imparato cose che non sapevo.

"Mi piace"

Per via di un lungo malanno che ebbi a 6 anni, iniziai precocemente ad avere tremolio alle mani, tal che, non ancora maggiorenne, lo si diventava a 21 anni, ad una serata danzante al Circolo Culturale, al bancone del loro bar, ancora giovanilmente ingenua alla vita che mi immaginavo futura, tra altri che già sorseggiavano i loro caffè in brusii di conversazioni amene, sollevai piattino e tazzina insieme e il cucchiaino, che vi era poggiato, prese a tintinnare come le renne in volo di Babbo Natale: i presenti s’interruppero guardandomi sorpresi. Posai subito tutto sul bancone, attesi che gli altri si distogliessero da me, e alzai solo la tazzina: accadde il peggio, il caffè agitato dalle mie mani ora più eccitate, usciva giù per la tazzina. Bé, rinunciai a berlo e mi eclissai velocemente.

Così non potei mai frequentare i “caffè letterari”, escludendomi di essere tra quelli onorati, frequentandoli, per il loro ingegno…

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Il mio primo caffè credo che sia stato un goccio che mio papà mi ha fatto assaggiare dalla sua tazzina. Poi ho iniziato a farmili di nascosto a casa (venendo ogni volta scoperto, ahimè, l’aroma traditore del caffè 🙂 ) e da lì è iniziata quella passione che hai meravigiosamente raccontato

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