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Andavo piano, cazzarola!

La fretta è il veleno dei sognatori

C’è questo fatto che io e l’automobile abbiamo un rapporto strano. In teoria, l’automobile non mi servirebbe nemmeno: lavoro a 250 metri da casa, praticamente a 367 passi (sì, li ho contati) da dove vivo. Se mi organizzassi, potrei usare i mezzi pubblici. Eppure, la macchina la amo. La mia Micra è stata un regalo, il ‘TFR’ che mi ha lasciato l’Imperatore, un mio antico amore. È del 2010, ma è un amore da girovaga, da turista della domenica… anche se è martedì.

La mia Micra nera è la mia complice, la mia bolla di libertà, e con lei ho un patto di ferro: niente autostrade. Io voglio le mille mila rotonde, le strade secondarie, quelle che tagliano i campi, si arrampicano in collina, costeggiano scarpate e ti costringono a guardare dove sei.

In fondo, io sono esattamente come lo straniero sulla Gardesana. Quello che va a 30 all’ora perché rimane folgorato dalle 2457 sfumature di verde (non scherzo, le conto davvero) e dal cielo che si tuffa nel lago tra gli oleandri. È un incanto che ti mozza il fiato.

Ma ecco il paradosso: se lo trovo davanti a me, io sbotto. Lo capisco, lo giustifico, ma… cazzarola, io devo andare! Mi scatta quella rumenta interiore per cui il mio “arrivare” diventa più urgente della sua contemplazione. Mi odio un po’ quando brontolo, ma è più forte di me.

Qualche giorno fa, però, la realtà mi ha presentato il conto.

Ero con Susanne, dopo il nostro rituale pranzo in collina, un classico prima della sua partenza per ritornare in Danimarca. Viaggiavo sul rettilineo che da Costermano porta ad Albarè. Andavo piano, giuro, c’era il limite e io ero lì, tranquilla nella mia bolla a contemplare i campi e i colori. Poi, dal nulla, il dramma. Un merlo. Un povero merlo che sbaglia le proporzioni, calcola male le distanze e… sbammm. Sotto le mie ruote.

Un rumore secco. Un sussulto dello stomaco.

Volevo fermarmi. Volevo scendere, chiedere scusa a quel mucchietto di piume, capire se potevo fare qualcosa. Ma non ho potuto. Perché dietro di me c’era il solito fenomeno. Uno di quelli che ti sta attaccato al culo, che pensa che se si incolla al mio bagagliaio io possa sentire le sue vibrazioni nervose e andare più veloce. Quelli che hanno fretta di arrivare chissà dove. Se avessi frenato, mi avrebbe centrata in pieno.

Così ho tirato dritto. Un’assassina in fuga su una Micra nera. Sentivo una voce sibilante che ripeteva “assassina” come nel film Johnny Stecchino!

Il piacere del pranzo e del girovagare si è spento lì, su quella retta. Mi è rimasto un peso sul petto che non aveva nulla a che fare con la digestione. Era il pensiero di quell’uccellino che volava basso e della fretta di chi mi stava dietro, che ha trasformato il mio pomeriggio in un orniticidio involontario.

Io amo guidare, amo il verde e cerco la libertà.

Forse dovrei davvero imparare dagli stranieri sulla Gardesana. Dovrei avere il coraggio di piantarmi lì, a 30 all’ora, ignorare il fenomeno che mi spinge dietro e guardare il lago. E guardarmelo tutto, con calma, centimetro per centimetro.

Voglio godermi le barche che sembrano sospese nel nulla, i riflessi dell’argento vivo sull’acqua, i muretti a secco che sanno di storia, i giardini segreti che si intravedono appena, il profilo delle montagne che si tuffa nel blu, l’ombra lunga dei cipressi, il profumo dei gelsomini che mi entra nei polmoni, il riverbero del sole sul braccio fuori dal finestrino, il dondolio lento delle boe, il rosa pazzesco della bouganville e quel vento, quell’Ora del Garda che mi spettina i pensieri e mi ricorda che sono viva.

Voglio prendermi il tempo per ogni singola sfumatura, per ogni increspatura, per ogni istante di questa bellezza che ho la fortuna di avere sotto il naso, senza l’ansia di dover arrivare per forza. Perché la fretta è il veleno dei sognatori, e se vado piano, se mi fermo a respirare il panorama, se decido che il mondo può aspettare… beh, allora forse i merli restano vivi!

creazione di Gemini 🤷🏼‍♀️

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