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Copenaghen, casa.

Copenaghen, casa.
Non mia.
Ma un po’ sì.

Freddo fuori, caldo dentro. Quando Hygge non è una parola, ma una sensazione.

Ci sono città che si visitano.

E poi c’è Copenaghen, che ogni volta mi accoglie.

Questa volta il meteo era perfetto per stare dentro. Freddo vero. Di quello che obbliga a rallentare, a infilarsi un maglione in più, ad accendere una candela anche alle tre del pomeriggio.

E così abbiamo fatto.

I giorni sono scivolati via tra caffè, pasticcini, cibo take away, amici, chiacchiere lente. La casa di Susanne è uno di quei posti in cui ci si sente subito a proprio agio. Le case danesi hanno questo dono: non devono impressionare, devono far stare bene. E ci riescono senza sforzo.

C’è una cosa che in Danimarca mi colpisce ogni volta: l’accoglienza.

Ti invitano per un caffè e ti ritrovi accoccolata in una di quelle poltrone di design meravigliose, senza scarpe, con un’atmosfera quasi sospesa. Candele accese, dolci fatti in casa, frutta fresca tagliata con cura, latte con la schiuma perfetta e una musica di sottofondo che non invade mai.

Non è ostentazione. È attenzione.

Mette, che ci ha ospitate per questo piccolo rito del caffè, è l’emblema di cosa significhi essere ospitali in Danimarca. Calore, gentilezza, interesse vero per chi si ha davanti. Nessuna formalità rigida, nessuna distanza. Solo presenza. E hygge.

Di cosa significhi hygge ne avevo già parlato in passato. Ma stavolta non la racconto solo.

Posso dire di averla vissuta completamente.

Non è una parola da esportazione, non è una tendenza. È quella sensazione di calore quando fuori è grigio, è il silenzio condiviso, è il tempo che non deve per forza produrre qualcosa.

Refshaleøen e il vento del Nord

Siamo andate a visitare una zona che non conoscevo, oltre Christiania, sull’isola di Refshaleøen. D’estate è piena di street food e musica, adesso era più essenziale (colpa anche del freddo polare). Spazi grandi, arte moderna, vento gelido e quella sensazione nordica di ordine e libertà insieme. Abbiamo visitato un museo di arte moderna, giochi di luce e l’impressione di entrare in un’altra dimensione. Fantastico.

Foto dal web

Una sera siamo uscite per l’apertura del Festival della Luce. Installazioni luminose sparse per la città, persone che camminano col naso all’insù, il freddo che pizzica il viso. Ma avevamo una prenotazione da Le Bouillon, proprio di fronte al Frederiksberg Centret, e a un certo punto la prospettiva di stare al caldo ha vinto sulle luci artistiche. Anche questa è hygge.

Manifesto, Carnevale e cose semplici

Abbiamo mangiato da Manifesto, la pizzeria di Emil a Nørrebro. Una pizza strepitosa. Di quelle che non ti aspetti così buona così a nord. E invece sì. Calda, fragrante, profumata, perfetta.

Pizza da Manifesto

Era anche periodo di Carnevale.

E in Danimarca Carnevale significa quelle “paste” ripiene per cui le panetterie fanno a gara. Nei caffè e persino sui mezzi pubblici si discute seriamente di chi le faccia migliori.

Da Lagkagehuset ce ne sono almeno cinque versioni: vaniglia, frutti di bosco, mirtillo e nocciola, caffè e caramello. È quasi una questione identitaria scegliere la propria preferita. E io adoro questa cosa. Perché racconta un popolo che prende sul serio anche le cose dolci e semplici.

Una mattina abbiamo finalmente trovato posto per il brunch da Wulff & Konstali, a Vesterbro. Ci avevamo provato qualche giorno prima, ma era tutto prenotato. Così avevamo ripiegato con un caffè sempre a Vesterbro.

Quel caffè a Vesterbro, però, non era un posto qualunque.

Si chiama Absalon, ed è una vecchia chiesa sconsacrata trasformata in una vera e propria casa del popolo, piena di colori. Entrare lì dentro è come entrare in un salotto gentile. Non c’è solennità, ma vita che brulica.

File di tavoli lunghi dove ci si siede accanto a sconosciuti senza imbarazzo. Ragazzi che studiano. Anziani che conversano, Corsi di yoga e di ballo, serate di bingo, cene comunitarie lunghissime dove ti servono lo stesso piatto e alla fine parli con chi ti è capitato accanto come se lo conoscessi da sempre.

È uno spazio privato, sì, ma con un’anima pubblica. Un luogo che funziona perché qualcuno ha pensato che una chiesa potesse continuare a essere comunità, anche senza altare. Che figata!

E forse è questo che mi colpisce: in Danimarca gli spazi non vengono solo riutilizzati. Vengono ripensati per creare connessione, l’ho notato spesso e trovo sia un segno di grande senso civico.

Foto di Giuseppe Liverino grazie

Perché torno sempre

È questo che continuo ad amare della Danimarca: la civiltà.

Lo so, sembra una frase fatta. Ma non è uno slogan. È qualcosa che si percepisce. È rispetto silenzioso, è efficienza senza rigidità, è fiducia.

A Copenaghen non mi sento turista. Mi sento bene.

Copenaghen per me è questo: freddo fuori, caldo dentro.

Non so spiegare fino in fondo perché, ma qui mi sento al posto giusto.

E ogni volta che torno, torno anche un po’ più intera.


BOXINO DOLCE (molto serio)

Le fastelavnsboller meritano un capitolo a parte. Ho parlato con Susanne che mi ha spiegato molte cose; inoltre ho osservato le panetterie e pasticcerie e poi ho anche chiesto aiuto al web.

Non sono semplicemente “brioche”. Sono un’istituzione nazionale. Una faccenda quasi politica.

Durante il periodo di Fastelavn (il carnevale danese) ogni panetteria mette in campo la propria versione: tradizionale, moderna, destrutturata, iper-cremosa, minimalista nordica con design incorporato.

Dal web Slurp

C’è chi difende la crema alla vaniglia come fosse patrimonio UNESCO. Chi sostiene che senza panna montata non sia vera felicità. Chi osa il cioccolato fondente e lo abbina ai frutti rossi.

La cosa meravigliosa è che se ne parla ovunque. In coda alla cassa del supermercato. Sui mezzi pubblici. Al lavoro. Con serietà. Con argomentazioni tecniche. Con degustazioni comparative degne di MasterChef Scandinavia.

E io li guardavo e pensavo: un Paese che prende così sul serio un dolce stagionale è un Paese che ha capito qualcosa della vita.

Fuori fa freddo. Dentro c’è crema, tanta crema!

E forse, in fondo, hygge è anche questo.

Gnam gnam gnam!

Colonna sonora

  • Agnes Obel – Riverside
  • Lukas Graham – Love Someone

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