Categorie
Senza categoria

Vorrei il Teletrasporto

A volte sogno il teletrasporto, per andare in Giappone: tra ciliegi, bagni pubblici perfetti, komorebi e un senso di civiltà che sa di semplicità. Un viaggio immaginario, tra Perfect Days, Myazaki, e qualche ricordo di Goldrake.

Mi capita di sognare che qualcuno inventi il teletrasporto.
Non per scappare — per andare.

Photo by Aleksandar Pasaric on Pexels.com

Per andare in Giappone, ad esempio. Per fare la turista, scattare foto sotto ai ciliegi (sì, anche a quelli, con la loro disarmante e perfetta fragilità), e per respirare la civiltà.

Non quella fatta di tecnologia o di grattacieli che brillano come schermi — quella ce l’abbiamo anche noi, forse pure troppa, e spesso lascia il cuore in modalità silenziosa.
Parlo della civiltà dei gesti piccoli, del rispetto silenzioso, della gentilezza che non è un’etichetta ma una pratica quotidiana.
Di chi pulisce un bagno pubblico come se stesse lucidando un tempio.

Una maratona di Giappone

Questo desiderio è nato d’inverno, con la mia amica Renza — per gli amici LaRenza, designer d’animo e di mestiere; un pomeriggio abbiamo deciso di fare una “maratona di Giappone”e ci siamo sparate in sequenza Perfect Days di Wim Wenders e Il ragazzo e l’airone di Miyazaki.

Lei, con la sua calma creativa, mi ha insegnato ad apprezzare Miyazaki: i cieli larghi, le creature che sussurrano, la delicatezza che abita ogni dettaglio.
È stata una di quelle serate in cui non si viaggia, ma si parte lo stesso.
Abbiamo attraversato Tokyo, i boschi, i sogni e le foglie — restando sedute, con i popcorn in mano e gli occhi un po’ lucidi.

Photo by Belle Co on Pexels.com

Il Maestro Silenzioso di Perfect Days

Il protagonista di Perfect Days — Hirayama — lava i bagni pubblici di Tokyo. Un lavoro che noi consideriamo “ultimo”, ma che lui trasforma in arte. Ogni mattina si sveglia, si mette la divisa, sale sul suo furgoncino e inizia la sua danza quotidiana: spugna, acqua, cura. Nessuna fretta, nessuna rabbia. Solo presenza.

Intorno a lui, la musica: Lou Reed, Patti Smith, The Animals, Nina Simone. Canzoni che non spiegano, ma accompagnano.
Sono la colonna sonora di una vita fatta di gesti lenti, precisi, essenziali.

E poi la luce — komorebi — quella che filtra tra le foglie e rende tutto imperfettamente sacro. Una parola che racchiude un’estetica intera, un modo di stare al mondo: lasciare che la bellezza arrivi di traverso, senza volerla possedere.

Hirayama non parla molto, non sogna la carriera, non insegue algoritmi o meritocrazie. Vive. Respira. Serve.
Che sia questa la vera rivoluzione??? Cambiare sguardo, non indirizzo???

Tra Shokunin e Goldrake

In Giappone lo chiamano shokunin: l’artigiano che dedica tutta la vita a un mestiere, qualunque esso sia — ceramista, cuoco o lavatore di bagni — per renderlo perfetto.
Noi diremmo “maniaco del controllo”. Loro dicono “dedizione”.
Io aggiungo “rispetto”: per la vita, per le cose, per se stessi.

E poi c’è l’altro Giappone.
Quello che ci ha allevati davanti alla tv del pomeriggio, con le tute attillate dei robottoni e le sigle urlate con entusiasmo: Lupin III, Goldrake, Jeeg Robot d’Acciaio, Candy Candy e perfino Heidi (sì, quella cui sorridevano i monti).

Ma c’è anche il Giappone dell’assurdo quotidiano:
quello dei game show dove si corre vestiti da panda su tappeti mobili,
delle macchinette automatiche che vendono qualsiasi cosa (dal ramen caldo alle cravatte),
dei karaoke urlati fino a notte fonda da impiegati in giacca e cravatta che il giorno dopo torneranno serissimi in ufficio.
Il paese dove il pudore convive pacificamente con la follia,
dove la disciplina e l’assurdo ballano insieme senza mai pestarsi i piedi.

E io, che non so stare ferma e che mi incanto davanti alle contraddizioni, sono attratta da quel caos ordinato.

Komorebi e Teletrasporto

Vorrei il teletrasporto, sì.
Per andare e tornare daTokyo, con un libro di Murakami in tasca e LaRenza al fianco, pronta a raccontarmi un cielo di Miyazaki e la luce di Wenders.

Non per scappare, ma per imparare.
Per capire come si fa a vivere senza perdere grazia, a ripetere senza annoiarsi, a servire senza sentirsi minori.

E magari, tornando, portare con me un frammento di quella luce che filtra tra le foglie — il komorebi — che non si afferra ma resta negli occhi.
Come una melodia che continua anche quando il disco è finito e ti accarezza rassicurante.

E se il teletrasporto non l’inventeranno mai… pazienza.
Metto su Lou Reed, chiudo gli occhi — e Tokyo arriva da sola.

Cucciolodiruspa 🚜

Lascia un commento