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🌕 Solare ma lunatica

La mia anima “solare ma lunatica” si rispecchia nel fascino ancestrale della Luna. La esploro attraverso versi e note indimenticabili. Perché la Luna non è solo romanticismo, ma uno specchio della mia parte più selvaggia, emotiva e -perché no-affascinante.

C’è un momento, nei giorni d’autunno, che amo più di tutti: quell’ora incerta in cui il sole non ha ancora deciso se andarsene del tutto e la luna non sa se può già entrare in scena da dietro al Baldo.
Il cielo diventa un quadro di Turner: striature di rosa e di oro che si mescolano a un’ombra azzurra che cresce.
È un cielo che sembra parlare di addii e di promesse insieme.
Un tramonto struggente, di quelli che ti fanno venir voglia di scrivere lettere che non spedirai mai, ma che in qualche modo ti servono per respirare meglio.

Poi, come un cambio di scena teatrale, ecco che arriva lei: la Luna.
Grande, piena, magnetica.
Un disco d’argento sospeso che pare dirti:

“Ehi, non ti sei accorta di me?”

Ecco, se dovessi definirmi, direi che sono solare ma lunatica. Un mix tra sole e luna.
Amo la luce piena, ma mi riconosco nelle ombre gentili.
Ho l’energia del giorno e la sensibilità della notte — e sì, anche gli effetti collaterali del plenilunio (tipo i lupi mannari AUUUUUUUU).

La mia maestra delle elementari, maestra Elisabetta, lo diceva sempre:

“Tu sei solare… ma con la luna in tasca!”
Allora non capivo, ora sì.
La luna è la parte poetica del disordine: quella che non mostra tutto, ma lascia intuire.
È quel tipo di luce che non serve a vedere, ma a sentire.

Nel tempo ho notato che la luna è stata la compagna discreta di tanti sognatori — poeti, musicisti, amanti, solitari.
Leopardi la interrogava come si parla a un’amica lontana:

“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?”. Chissà se la luna gli ha mai risposto?
D’Annunzio la guardava con occhi innamorati e un po’ sensuali, la “vergine notturna” che accendeva i desideri e velava le coscienze. Eh!

Mi tornano in mente voci diverse, più umane, più quotidiane.
Rodari, con la sua Luna di Kiev, che chiede se quella che vediamo noi sia diversa da quella che splende altrove — e, con semplicità disarmante, mi ricorda che sotto la stessa luna ci somigliamo tutti.
Ungaretti, con quel suo modo di dire tanto in poche parole, in Veglia, mette la luna come testimone muta della tragedia e elemento di contrasto che fa emergere con forza la sua voglia di vivere: “Non mi sono mai sentito così tanto attaccato alla vita”.

O Vivian Lamarque che scrive “Oh essere anche noi la luna di qualcuno! Noi che guardiamo essere guardati, luccicare sembrare da lontano la candida luna
che non siamo.”
E Pascoli, che nell’Assiuolo sente la voce della notte e della vita che passa: la luna che “trema” e “piange”, fragile come un ricordo, complice come una carezza.

Cioè quanti sentimenti, quante emozioni i poeti raccontano. Potrei continuare “ad libitum”; tantissimi poeti han parlato alla luna, Baudelaire, Garcia Lorca, Merini, Saffo.

E la musica? Il primo che mi torna in mente è
Frank Sinatra, che con voce vellutata, invita a danzare tra le stelle:

Fly me to the moon / Let me play among the stars…
È un invito gentile a sognare in due, a credere che l’eleganza e la dolcezza non siano mai fuori moda.

Poi i Pink Floyd, con loro il lato oscuro — quello che ognuno di noi cerca di nascondere.
The Dark Side of the Moon è più di un titolo: è una diagnosi collettiva!!!
Lì dentro c’è la fatica del vivere, l’inquietudine, la follia.
Eppure, anche in quell’ombra, la musica ci dice che c’è ancora luce, basta cambiare prospettiva.

AUUUUUUUUUUUU

Van Morrison, con la sua Moondance, regala una notte perfetta: jazz morbido, una finestra aperta, una luna che accompagna.
È la luna della leggerezza, quella che ti prende per mano e ti fa ballare nel soggiorno, senza testimoni.

E arriva il momento degli italiani della notte.
Lucio Dalla, che sapeva far apparire la luna in mezzo a un bicchiere o a una piazza qualunque, la faceva diventare una testimone distratta ma sempre presente:

“La sera dei miracoli… la gente si lascia andare, e la luna in mezzo al cielo sembra un lampione acceso per sbaglio.”
È una luna affettuosa, domestica, un po’ ironica — quella che non giudica, ma ascolta.

O Paolo Conte, con il suo sguardo da jazzista stanco e divertito, la immaginava a guardare dall’alto i nostri amori, le nostre goffaggini e i nostri bicchieri vuoti:

“Sotto le stelle del jazz / e al chiaro di luna… che buffo il mondo sembra da qua.”
Una luna che sorride di noi, ma con tenerezza.

E forse è questo il suo segreto: la luna non consola, ma comprende.
Non è mai distante, anche quando finge di esserlo. Ed io lo so bene! Ma non potevo non citare Vasco, l’imprevedibile, quello che urla alla luna con tutta la forza che ha:

“Se guardi in alto c’è ancora la lunaaaa… luna per teee!”
Una luna che non consola, ma resiste.
Che non promette niente, ma c’è.
Che guarda e lascia guardare, come una madre stanca e bellissima.

…se guardi in alto c’è ancora la luuuunaaaa

La luna non è mai dove credi che sia.
La cerchi a est, e lei ti sorprende a ovest.
Ti nasconde un quarto del suo volto, ti sfida a indovinarlo.
Il sole è prevedibile, la luna no: e per questo ti cattura, ti seduce, ti fa sentire viva.
È una carezza d’argento su un mondo che corre troppo.
Una presenza discreta che dice, senza parole: non serve brillare per essere visti; basta esserci, e riflettere luce quando puoi.

Io la luna la guardo spesso, quando il giorno ha lasciato tanti pensieri e poche risposte.
A volte mi fa compagnia nel silenzio, altre volte sembra nascondersi dietro un tetto, come per gioco.
Mi ricorda che tutto passa, e che ogni fase — piena, crescente, calante — ha la sua necessità.
E che la bellezza, come la vita, non è mai definitiva: si sposta, si modula, respira.

E allora sì, lo ammetto: sono solare, ma lunatica.
Ballerei con Sinatra, canterei Vasco a squarciagola, citerei D’Annunzio con un sorriso ironico, ululerei ai Pink Floyd se servisse, scriverei lettere che forse non spedirò mai.
Perché, come diceva Alda Merini,

“Ci si accorge di avere una luna dentro, quando la notte ti somiglia più del giorno.”

E in quella somiglianza dolce e imperfetta,
mi sento intera e piena, come la luna del Cacciatore!

🎧 Bonus Track – Camminare al chiaro di luna (con i tacchi in mano)

Per chi è rimasto fino all’ultima sillaba, c’è una piccola storia.
Un ricordo che profuma di sensualità, di vino e di notte.

Avevo appena chiuso la porta di una casa in collina.
Dietro, il disordine felice di una notte di passione clandestina; davanti, il sentiero che scendeva nel bosco e la luna, alta e gentile, che mi faceva strada.
Il vestito nero, i sandali col tacco in mano, la pelle ancora calda, il cuore sballonzolante.
Camminavo piano, ridendo tra me e me: per la felicità appena vissuta e per la piccola avventura di attraversare il bosco alle tre del mattino.

La luna non spiava, non giudicava: suggeriva.
Filtrava tra le foglie, lasciava che la mia immaginazione facesse il resto.
Mi accarezzava le spalle come una complice silenziosa, invitandomi a non pensare, solo sentire.
Ogni passo era un segreto, ogni fruscio una promessa che si dissolveva nell’aria.

Quando sono arrivata alla strada, ho rimesso i sandali, ho sistemato i capelli e mi sono guardata nel riflesso del finestrino della macchina.
Avevo ancora sul viso quella felicità tranquilla che viene dopo l’amore — e un filo di malinconia che fa da cornice.
Ho guardato la luna un’ultima volta e le ho sussurrato:

“Non dire niente. Tu sai.”

Poi ho messo in moto, e la notte, gentile, ha ripreso a tacere.

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