Agosto, mezzogiorno. Il sole picchia con la delicatezza di un martello pneumatico, il lago è vivo e l’Ora – quel vento che sale da sud – increspa l’acqua con piccoli riflessi d’argento. L’aria ha il peso di una coperta troppo calda, ma decido di camminare lo stesso. Non è una semplice passeggiata: è un ritorno a casa, un incontro con i miei luoghi del cuore, quelli che hanno visto crescere la mia infanzia e che oggi mi aspettano in un silenzio che sa di vecchiaia e saggezza.
Cassone è la mia prima tappa. Le belle e curate piazzette si affacciano sull’acqua come vecchie signore che si raccontano pettegolezzi. Poco più su, la vecchia scuola elementare: squadrata, immobile, dimenticata, eppure fiera, come una nonna che non ha bisogno di barbatrucchi per essere amata. Un edificio testimone di tante vite passate: voci di bambini, corse a ricreazione, segreti scambiati tra banchi di legno. E io mi chiedo se oggi i bambini preferiscano ancora scambiarsi segreti o se abbiano altri modi di interagire e comunicare.

Da lì salgo verso Sommavilla. I capitelli lungo la strada, con i loro santi, madonne e fiori colorati raccontano di devozioni antiche, mentre una bougainvillea fucsia si arrampica su una casa in pietra come una rockstar sul palco. Un tempo qui c’erano un paio di bar e un emporio che vendeva di tutto: oggi porte spalancate e un silenzio che sembra avvolgere ogni cosa. Un silenzio così profondo che quasi mi viene il dubbio di essere finita in un mondo parallelo, senza frenesia: MERAVIGLIOSO!



A Pozzo, attraverso l’arco di pietra. Ogni sasso sembra aver ascoltato i passi di generazioni intere. E vorrei potessero parlare, avrebbero un sacco di storie da raccontare, con quel dialetto ormai dimenticato, con quelle parole cantilenanti come una filastrocca.
Poi Borago. Stradine strette e all’improvviso lampi di blu: il lago che compare tra le case, come un amico che ti sorprende alle spalle per farti “CU-CU”!
Castello mi accoglie con il frinire insistente delle cicale. Qui tutto è straordinariamente immobile, o forse si è semplicemente rotto l’orologio del tempo. Guardo la grande chiesa, il cinema parrocchiale di un tempo, rivedo me bambina al catechismo, ricordo le botteghe, il macellaio, la parrucchiera. Oggi non ci sono più, ma i ricordi sono ancora vivi, e forse più forti della pietra.
Da lì cammino verso Boccino e poi Ca’ Romana. Una piccola chiesetta – di cui non ricordo il nome, ma sono sicura che un tempo fosse un punto di riferimento fondamentale – riposa tra gli olivi. Asinelli brucano con calma olimpica, come se avessero tutto il tempo del mondo. Le farfalle svolazzano leggere, le cicale riempiono l’aria, e io mi sento come una protagonista di un documentario di National Geographic, ma con un caldo torrido e senza il teletrasporto. Dall’alto, il lago è un foglio azzurro punteggiato da barche a vela: così perfette che sembrano disegnate.

Scendo dolcemente verso Magugnano rivedo il mio vecchio asilo. Proseguo verso Marniga, scendo dove il lago si fa vicino e l’atmosfera cambia: la gente prende il sole, fa il bagno, ride. Mi fermo per il mio premio: Spritz Aperol, toast e affogato al caffè. Un momento di pura felicità semplice, che per un attimo mi fa dimenticare il caldo e la stanchezza. Poi ricordo la scuola elementare, oggi municipio, ci passo davanti e penso alla mia maestra, alla sua calligrafia impeccabile e alla pazienza infinita, a quel suo modo di fare burbero ma dolce.

Il ritorno segue lo stesso percorso, ma ogni passo pesa un po’ di più, eppure il cuore è leggero. Sono lessa, bollita dal sole, ma felice. Un salto nel passato remoto, un viaggio fatto di odori, voci, scorci e ricordi. Uno spettacolo che, anche se l’ho sempre davanti agli occhi, non smetterò mai di cercare.

