Categorie
Ritratti (a tratti) Senza categoria

La voce

Cercavo solo qualcosa da ascoltare mentre lavavo i piatti. Ho trovato una voce, un accento e un amore inatteso. A volte succede così: in cucina, quando tutto è finito.

Mi sono innamorata di una voce mentre lavavo i piatti

È successo la sera di Natale.
Anzi no: quando il Natale era già sfumato.
Quando la festa se ne va e le case smettono di essere palchi per tornare a essere stanze, con le briciole sotto il tavolo e l’odore di cibo;
e poi quella stanchezza dolce e inutile che arriva solo quando tutto è finito.

Rico è rimasto lì, spalmato sul divano come un orsacchiotto di peluche.
Quando Rico è stanco: si spegne, diventa coccoloso. Leo è uscito con amici prima di tornare negli Stati Uniti.
Io, dopo il pranzo familiare invece, ero elettrica. Avevo addosso un bisogno fisico, quasi violento, di sentire una voce.
Non volevo parlare, volevo solo che qualcuno parlasse a me.

Ho iniziato a sistemare il disastro.
Piatti unti, bicchieri col fondo di vino, avanzi da riporre in frigo avvolti con l’alluminio che scrocchia tra le dita.
Gesti automatici mentre la testa scappa altrove.
Avevo bisogno di compagnia, ma di quella che non ti chiede nulla.
Qualcosa che stesse lì con me, senza aspettarsi niente.

Ho aperto l’app del Post.
C’era un tizio che leggeva Dickens. Scrooge.

Dickens, per chi ha avuto figli, è un sapore che ti porti dietro da quando erano piccoli e il Natale era più leggero.
Al microfono c’era un certo Matteo Caccia.

La voce mi ha piantata lì, tra un avanzo e l’altro.
Niente effetti speciali, niente moine, nessuna voglia di spiegarti la vita.
Una voce che raccontava, fluida, senza alzare mai il tono.

Mi piaceva.
Ma c’era quell’accento.
Un accento che mi suonava dentro. Mi attirava e mi respingeva, come quelle persone che hanno un odore familiare ma che non sai se vuoi sentire.

Il 26 dicembre, a Villa Brilla, tra le risate e il gioco dei regali “riciclati” ho parlato di Caccia, della sua voce e di quel suo modo di parlare che sapeva di qualcosa di conosciuto. Ecco cos’era quel friccicorio: non estetica, memoria che grattava.
Un ricordo nascosto dentro le vocali: Novara e il passato.

Renza e Matteo mi hanno illuminata e anche un po’ cazziata.
“Caccia è un outsider.”
“Caccia è uno bravo, è un figo.”

E io di loro mi fido cecamente.
Se mi dicono che è buono, io mangio.

Così gli ho dato un’altra possibilità, anche se sentivo di essere già mezza fregata.
Ero innamorata della voce, mica dell’uomo.
Quel modo di raccontare che non sale mai in cattedra, che non vola alto, che resta terra terra, con le scarpe nel fango insieme a te.

Ho iniziato ad ascoltare Orazio.
Quindici, diciassette minuti di voce che accompagna. Lo ascolto quando faccio le pulizie di casa o quando guido, in queste ferie dove il tempo è una larga distesa che nessuno viene a calpestare.

Ed è successo.
La voce di Caccia è diventata amica.
Non un idolo, non un maestro di sta minkia. Un amico.
Una presenza che non invade, non rompe, ma resta.
Restare è l’unica rivoluzione che conta.

Fino a quel momento era tutto al suo posto.

Ho fatto un solo errore: ho cercato la sua faccia su Google.
Ho guardato le foto, Instagram, YouTube!
Ma nooo, quel signore non era lui.

Me lo immaginavo diverso, con un’altra faccia, un altro sguardo.
Ma mi sta simpatico anche così, con quella faccia lì che non è quella che gli avevo cucito addosso io.

Forse le voci è meglio non guardarle mai in faccia.
O forse bisogna farlo solo alla fine, quando il legame è già salvo, quando ormai ti sei abituata a quel tono e nessuna faccia, per quanto diversa, può più portartelo via.

Lascia un commento