Come ogni fine d’anno che si rispetti, arrivano i bilanci.
E con i bilanci, così come con le bilance, io ho sempre avuto dei limiti piuttosto evidenti.
Diciamolo: la bilancia, quel display luminoso che un tempo era un alleato timido, quest’anno è diventata un giudice senza appello. Sta lì, sul pavimento del bagno, con l’aria di chi la sa lunga, mentre io provo a convincermi che sia solo l’umidità a gonfiare i jeans. O forse è semplicemente pigrizia, quella vera, quella che non si giustifica.
Il 2025 non è stato un anno facile.
Qui, nella nostra comunità, è stato un anno disastroso: troppi morti, troppe vite spezzate, troppi giovani portati via dalla strada in modo assurdo e definitivo. Di quelli che non doveva andare così, e invece è andata proprio così.
E mentre noi contiamo i vuoti, il mondo fuori non scherza: guerre, bambini sotto le macerie, un senso di impotenza che si appiccica addosso e non se ne va. Un’umanità ferma in un impasse morale che fa male anche al corpo.

Nel mio piccolo, per non farmi mancare nulla, ho messo insieme una collezione di contrattempi molto poco poetici.
Ho rotto la frizione della mia vecchia Micra.
Ho preso una multa con rimozione forzata.
Non sono andata a Bucharest.
Ho camminato meno e passato più tempo sul divano di quanto avrei voluto.
Ma oh, basta la salute, no?
(frase da maneggiare con cautela, possibilmente toccando ferro).
Eppure, se smetto di fissarmi sulle crepe, quelle dell’auto e quelle dell’autostima, mi accorgo che non è tutta qui.
Ho due figli sani e sereni.
Una bella famiglia.
Un lavoro che mi piace.
Pochi amici, ma buoni.
E tante persone con cui passo il tempo in modo leggero, vero. Persone che non hanno bisogno che io sia performante, in forma o sempre brillante per restarmi accanto.
Forse aveva ragione Fernando Pessoa quando scriveva che «il valore delle cose non sta nella loro durata, ma nell’intensità con cui le viviamo».
O forse sto solo cercando di dare un senso a un anno un po’ sbilenco. Ma va bene anche così.
Il bicchiere, in ogni caso, non è vuoto.
È mezzo pieno.
Magari con qualche sbeccatura sul bordo e un po’ opaco, ma contiene qualcosa.
Lucio Dalla cantava:
«L’anno che sta arrivando tra un anno passerà,
io mi sto preparando, è questa la novità».
Ecco, io non mi preparo a grandi rivoluzioni.
Non farò liste miracolose.
Non comprerò abbonamenti in palestra destinati a diventare buoni propositi impolverati.
Non farò promesse solenni.
Mi preparo a restare.
A tenere gli occhi aperti, anche quando quello che vedo non mi piace.
A non dare per scontato il caffè del mattino e le risate vere.
Se devo fare un augurio, allora, non è quello delle grandi svolte o dei cambiamenti da copertina.
Mi auguro, e auguro a chi legge, di credere un po’ di più in sé stesso. Di perdonarsi qualche errore, perché ne facciamo tutti, e di smettere di collezionarli come figurine da tirare fuori nei momenti peggiori.

Auguro di dare il meglio, sì, ma senza farne una gara.
Di dare il meglio per stare bene, non per vincere qualcosa o dimostrare di meritarsi un applauso.
Di vivere il presente, che è già abbastanza impegnativo, senza appesantirlo con rimpianti.
Un mio grande amore mi diceva sempre: meglio i rimorsi che i rimpianti.
Aveva ragione.
Poi ci siamo lasciati… probabilmente ora lui ha dei rimpianti. Ahahahahaha!
Io continuo a preferire i rimorsi: almeno significano che ci ho provato, e che non sono rimasta ferma a guardare.
Se il 2026 avrà voglia di essere gentile, io sono qui.
Se invece arriverà storto, cercherò comunque di fare quello che ho fatto finora: tenere insieme i pezzi, ridere quando si può, e continuare a guardare quel bicchiere pieno a metà (e non vuoto a metà)
E tu?
Il bicchiere, come lo vedi?
Puoi rispondere anche con una sciocchezza.
Basta che tu risponda
