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Satolla di bene

A dicembre il tempo fa una cosa strana: rallenta e accelera insieme. Le lucine accese, i pacchetti, la tavola apparecchiata e le storie scambiate piano: ma resta una domanda…

Dal 23 al 31 dicembre il tempo fa una cosa strana: rallenta e accelera insieme.

Si mangia troppo, si dorme poco, si abbraccia tanto e si pensa ancora di più. Oggi il calendario dice 30 dicembre, le luci sono ancora accese e io mi sento così: stanca, piena, svuotata a tratti.

Natale è appena passato. In negozio si entra per un regalo e si esce con una storia, a casa si apparecchia bene anche quando le energie sono quasi finite. E mentre l’anno si avvia alla conclusione, mi ritrovo (come spesso accade) a chiedermi che cosa resta davvero, quando si spegne l’ultima canzone e la festa smette di fare rumore.

La bottega e il tempo lento

Quest’anno NSG Concept Store è stato più di un luogo di vendita. L’inverno ha questa capacità: abbassa il volume. Lontano dalla fretta dei turisti estivi, il negozio cambia ritmo. Le “strenne” diventano una scusa per fermarsi, per parlare, per riconoscersi.

Ho confezionato pacchetti, certo. Ma soprattutto ho scartato storie. Persone entrate per un pensiero e rimaste per raccontarsi qualcosa. Un tempo umano, che durante l’anno spesso perdiamo.

Il batticuore sotto la barba bianca

C’è poi il mio rito, quello che ogni anno mi fa tornare ragazzina: diventare Babbo Natale. Ogni volta la stessa domanda, mentre infilo il costume: e se mi riconoscono? Poi guardo quegli occhi sgranati e tutto il resto sparisce. Mi emoziono, mi diverto, mi agito. È il mio modo di tenere in piedi una piccola magia, senza troppe spiegazioni.

La tavola, i piatti Ginori e gli addobbi “poveri

Il giorno di Natale, in casa ho finalmente riunito tutti i pezzi del puzzle. Leo è arrivato apposta da Boston; Rico è in pausa prima di ripartire per gli Emirati a metà gennaio. Io sono stanca e già penso a gennaio, quando spero di rigenerarmi.

In tavola ho messo i piatti di Ginori e i vecchi bicchieri in cristallo; e poi i miei addobbi “poveri” sull’albero: quelli che colleziono da una vita e che brillano di più perché pieni di ricordi. Abbiamo mangiato il brodo della mamma e i tortellini di Valeggio portati da Elena. La mia torta salata è stata giudicata “passabile” dall’autorità materna (che, per me, equivale a un trionfo).

Leo raccontava senza sosta aneddoti mentre Rico cercava ristoro tra la sedia e il divano. Una contentezza serena. Sentire di essere satolla di bene. Ecco che sapore ha la felicità. A Leonardo e Riccardo va il mio grazie più grande: il tempo con loro è il dono più prezioso, la vita che accade.

Le sedie vuote e una fede diversa

I posti vuoti si sentono sempre. Papà Giorgio, i nonni. Le sedie vuote fanno rumore anche quando nessuno le nomina. Quest’anno ho provato a riempirle di gratitudine per chi invece c’era, ma mi sono chiesta più volte: dov’è finita la Fede?

Non sento più la parte religiosa del Natale. Sento la frenesia, la stanchezza accumulata. Ma allora il Natale è forse diventato la festa dei non credenti come me? Perché se io non credo più nel dogma, credo però nell’esserci. Nel rito di una tavola apparecchiata bene, perché è una specie di carezza. Nel sapore di un piatto condiviso. Nell’impegno silenzioso di far felice un bambino o un anziano.

Forse questa è la mia preghiera laica: restare uniti, nonostante tutto.

De André e i fiori

Ora le luci in negozio restano accese, ma senza clamore. Mi avvicino al 31 dicembre senza grandi aspettative, come si fa con le cose vere. Mi torna in mente De André: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

E forse questo Natale, così poco perfetto e così tranquillo, è proprio questo: niente diamanti, ma fiori che resistono. La magia non arriva dall’alto; ce la costruiamo da soli, giorno dopo giorno, pacchetto dopo pacchetto. Quando il rumore si spegne e resta solo quello che conta.

Verso il 31

E così, si avvicina la fine dell’anno e il ritmo cambia di nuovo. Se il Natale è stato il tempo del ritorno dei miei figli, il Capodanno sarà il tempo delle mie “bambine”. Sono le figlie femmine che non ho avuto, ma che la vita mi ha fatto incontrare. Ci saranno Bonny, con la sua piccola, e Sterne. Mancherà solo Trilly che rimarrà a casa a custodire una vita appena nata: un altro germoglio di questo tempo che non si ferma.

Passerò l’ultima sera dell’anno con loro. Un cenone speciale, dove c’è un’energia tutta femminile, fatta di complicità e di futuri ancora da immaginare. Forse è questo il senso di tutto il rumore di dicembre: correre, stancarsi, svuotarsi, per poi ritrovarsi seduti a una tavola dove la vita ricomincia sotto forme diverse.

Mi basta questo: un brindisi con loro, la consapevolezza di essere un porto sicuro e il pensiero dolce di quella neonata che dorme altrove, ma che è già parte della nostra storia. Il 2026 può arrivare. Io lo aspetto così: stanca, sì, ma circondata da bellezza e da quel tipo di amore che non ha bisogno di miracoli, perché splende già da solo.

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