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Didone: astuzia e smarrimento

Un ripasso inatteso mi riporta a Didone: regina astuta, fondatrice di Cartagine, capace di trasformare una pelle di bue in territorio e un limite in possibilità. Ma anche donna vulnerabile, segnata dall’arrivo di Enea e da un amore che incrina la sua lucidità politica. Tra mito, arte e geometria, Didone rivela la sua natura più profonda: una figura complessa, contraddittoria e sorprendentemente contemporanea.

«La memoria è un mostro pigro», diceva qualcuno.

Capita di aiutare qualcuno a ripassare una verifica e, nel farlo, ritrovarti a spolverare personaggi che credevi di ricordare benissimo, ma che invece ti riservano ancora qualche sorpresa.

E così, mentre cercavo qualche dettaglio su Didone – regina, fondatrice, donna fiera e tragica, insomma, una che non doveva chiedere mai – mi sono immersa di nuovo nel primo libro dell’Eneide e ho scoperto, con un certo stupore, di aver completamente dimenticato l’episodio della pelle di bue.

Questa rimozione involontaria mi ha fatto sorridere. Nel contempo ho scritto un messaggio a mia cugina Mara che è una di quelle persone che non ostentano il proprio sapere, ma che riescono, senza volerlo, a illuminare un dettaglio, a offrire un’angolazione nuova.

Le dico:
«Sto ripassando Didone. Che personaggio immenso.»

Lei mi risponde con la naturalezza che appartiene agli studiosi non vanitosi (eheheh ho fatto anche la rima!!!!):

«L’ho incontrata, Didone, quando ho preparato l’esame di Arte Barocca.
L’Arcadia, Sebastiano Ricci, Tiepolo… tutti pieni di miti greci.
E Didone mi aveva ricordato un po’ la più popolana Berta:
Didone furba, che taglia la pelle di bue in strisce sottilissime per delimitare il territorio,
e Berta col suo filo da tessitrice… ecco fatto.»

In quel momento, tra una tela del Ricci e un filo della tradizione popolare, ho capito che avevo trovato l’angolo giusto: raccontare Didone come la donna che conquista con l’intelligenza prima ancora che con il potere.

La pelle di bue

Prima di raccontare la storia della pelle di bue, vorrei spiegare velocemente chi fosse Didone.

Si chiamava in origine Elissa, ed era figlia del re di Tiro, in Fenicia. Una famiglia potente, sì, ma anche intrisa di quelle dinamiche velenose che spesso accompagnano il potere: un fratello, Pigmalione, affamato di ricchezza e di controllo; un marito, Sicheo, amato e rispettato, che rappresentava per lei una stabilità rara, quasi sacra.

Poi succede che, con crudezza da cronaca nera,
Pigmalione uccide Sicheo, in segreto, per impadronirsi delle sue ricchezze.
Un fratricidio travestito da atto politico.

Per Didone, tutto si spezza in un solo istante.
E proprio lì, nella frattura, si vede la persona che è davvero: invece di farsi schiacciare dal lutto o dalla minaccia, organizza una fuga che è un capolavoro di sangue freddo. Raduna gli affetti più fedeli, parte di quel popolo che la riconosce come guida naturale, e abbandona Tiro prima che la morsa del fratello possa chiudersi definitivamente su di lei.

È un esodo che non ha nulla di romantico:
è una donna che corre per salvarsi, e che nel farlo salva anche gli altri.

Quando finalmente approda sulle coste dell’Africa — in un punto che oggi identificheremmo con l’area di Cartagine — non è una regina trionfante: è una profuga con abbastanza dignità da non lasciarsi definire tale.

Ed è qui che entra in scena il famoso re locale, solitamente identificato con Iarba: un sovrano curioso, forse incuriosito dal gruppo di stranieri ben organizzati ma visibilmente in cerca di stabilità.
Offre ospitalità, sì, ma con quella generosità sorvegliata di chi vuole tenere l’altro al guinzaglio:
un territorio “grande quanto potrà circondare con una pelle di bue”.

Una concessione che sembra quasi una presa in giro, o un modo elegante per dire:
vi do qualcosa, ma non troppo.

È da questo gesto — arrogante, limitante, quasi derisorio — che nasce l’episodio più celebre della sua leggenda.

Didone, con un’intelligenza pratica e una freddezza quasi ingegneristica, ribalta completamente la situazione.

Didone possiede già, prima di ogni alleanza e di ogni guerra, la matematica della sopravvivenza. Riduce la pelle di bue in strisce sottili, quasi filamenti; ne ricava un nastro lunghissimo e delimita un perimetro sorprendentemente ampio. Altro che offerta: si è trovata davanti a un problema isoperimetrico e l’ha risolto con l’acume di un ingegnere.

Nasce così Cartagine: un atto di intelligenza applicata ai limiti, ai confini, al possibile.
Non è affatto una protagonista passiva; era semplicemente una donna che aveva già in tasca la soluzione… e il metro da sarta.

Cosa c’entra Berta da Montegrotto???

Il parallelo di Mara è accurato e, devo dirlo, anche molto azzeccato.
La figura popolare di Berta ricorda davvero l’intuizione di Didone. Quando il potere offre poco, l’intelligenza femminile risponde spesso con l’ottimizzazione degli spazi. Due donne lontanissime per tempo e per rango, eppure vicine nella capacità di ribaltare un limite imposto.

La storia insegna: chi stabilisce il limite non è quasi mai chi lo supera.

Per chi volesse approfondire il mito di Berta, rimando a questo articolo:
https://cucciolodiruspa.com/2025/09/15/la-leggenda-di-berta-un-filo-che-cambio-montegrotto/

Dall’ingegno alla disperazione

Eppure, come accade ai personaggi davvero complessi, Didone non è solo ingegno e strategia.
È una figura che vive tra lucidità politica e vulnerabilità intima.

E l’arrivo di Enea… Enea, quel bronzo di Riace con il destino sulle spalle e l’inflessibile senso del dovere. Lui incrina qualcosa. Non il suo potere, ma la sua quiete interiore.

La donna che ha fondato una potenza sulla logica passa alla dedizione cieca che la consuma.
Non è una caduta dovuta a fragilità intellettuale: semmai al suo contrario. La regina che aveva calcolato la terra metro dopo metro crolla davanti all’unica misura che non ammetteva sconti né astuzie: l’assenza.

La donna che ha disegnato un perimetro con una pelle di bue non è riuscita a ridisegnare il limite delle proprie emozioni.
E questo la rende, paradossalmente, ancora più significativa.

Tre cose che Didone non ci ha detto, ma che la riguardano

1. Il teorema di Didone

Il celebre espediente della pelle di bue è divenuto un principio geometrico:
a parità di perimetro, l’area massima si ottiene con il cerchio.
Un’intuizione talmente brillante da meritare un teorema.

2. L’arte preferisce il pathos alla strategia

Ricci, Tiepolo, i barocchi e i rococò: tutti affascinati dalla sua morte.
La pira, il pugnale, l’abbandono…
Quasi nessuno la raffigura nel momento della sua intelligenza, mentre traccia il perimetro della futura Cartagine.

Il dolore femminile, nella storia dell’arte, è sempre stato più rappresentato del successo femminile.

3. Virgilio la amava (letterariamente parlando)

La scrive con una misura che non concede ironia né distacco.
La sua Didone è una regina completa: autorevole, intelligente, profondamente umana.
Non un personaggio accessorio, ma un nodo emotivo ed etico dell’intera Eneide.

E quindi?

La verità è che Didone ci assomiglia molto più di quanto vorremmo:
nella sfortuna amorosa è una di noi, nella vita concreta appartiene a un’altra categoria.
Perde la testa per Enea come potremmo farlo noi; ma prima di lui aveva già fondato una città, tenuto insieme un popolo in fuga, negoziato con un re senza lasciarsi schiacciare, ricostruito un futuro dopo un dolore che avrebbe annientato chiunque.

Una donna completa, che i secoli hanno ridotto a una sola scena: la fine.
Il resto — quello che conta davvero — lo ricordiamo in pochi.
Ed è un peccato, perché Didone non aveva bisogno di essere salvata né da Enea, né dalla storia:
aveva solo bisogno di essere guardata tutta intera.

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