1. Una gita dai nonni
Succede di rado. Anzi, diciamolo: succede quasi mai. L’allineamento dei pianeti necessario affinché io e mia sorella Elena avessimo lo stesso giorno libero, nello stesso fuso orario emotivo, coincideva con il desiderio della Regina Madre di fare un giro in giro.
Così siamo partite: tre donne, una macchina e metà del nostro corredo genetico da andare a salutare in Emilia, con me seduta dietro, nel posto centrale, come su un trono improvvisato, perché la mia Micra Calimera/Calispera non sarebbe stata idonea a un viaggio serio.
La meta era un triangolo di terra piatta, laboriosa, sospesa fra Reggio Emilia e la campagna.
Prima tappa il paese dove riposano i nonni con la chiesa di mattoni rossi e le case basse che si affacciano su stradelle poco trafficate. Appena arrivate, abbiamo avuto un flash: mio nonno sulla sua bicicletta, la pedalata lenta, sicura, dignitosa, e noi che andavamo “in centro” con lui— un bar, due negozi, una piazza — e la Luisona, la pasta immortale di Benni che nella mia testa è presente in ogni bar italiano.
La visita al cimitero, un chilometro più avanti in aperta campagna, è stata rapida.
Io i cimiteri non li frequento.
Non sono i luoghi dove abita la mia memoria: la memoria ce l’ho nella quotidianità, nelle parole, nei gesti, non sulle pietre. Eppure, in quella visita veloce, ho sentito una specie di ricevuta emotiva: una dolce malinconia.
Il paesaggio intorno era straordinariamente ovvio: campi arati, pioppi in fila, canali che tagliano la terra, casolari che sembrano navi ferme, e quella linea dell’orizzonte che non concede guizzi o cambi. In questo scenario immobile, la vita pulsa ai margini. Lungo gli argini dei fossi abbiamo incrociato alcune nutrie splendidamente ributtanti e un gruppetto di oche: grasse, chiassose, incuranti del nostro passaggio.
Guardando quei casolari sparsi, però, la mia mente scivolava oltre i muri, a spiare dentro. Immaginavo cucine enormi, spartane, con pochi mobili e una madia in un angolo. Vedevo una stufa accesa, con sopra una pentola che sobbolle piano, in eterno; un tavolo rozzo, grande, circondato da sedie tutte scompagnate e pentole appese che sanno di fumo e cipolla. E lì, accanto al camino, vedevo una vecchia signora: seduta, avvolta in uno scialle sferruzzato a mano, ferma nel tempo con un libro aperto in grembo. Forse non c’era nessuno, o forse c’erano solo fantasmi, ma per me quella cucina era più vera del vero.
Lasciare quei luoghi ha provocato una delicata nebbia nei miei pensieri — non tristezza, ripeto, solo celeste nostalgia. La pianura è diretta e ti costringe a fare i conti: la verità è che io non ho rimpianti, solo note spese (o conti da pagare!) per l’autonomia che mi sono sempre presa.
2. Tortelli, cappelletti o agnolotti?
La malinconia mette appetito — o forse è il DNA emiliano che pretende sostanza.
Così siamo risalite verso Suzzara in cerca di trattoria ruspante: tortelli di zucca, risotto con salsiccia, sbrisolona da rompere con un pugno. Le certezze.
Invece, siamo finite in un locale con menù per operai.
Già vedevo i piatti tristi della pausa pranzo.
E invece, colpo di scena degno di un pittore surrealista: pesce di mare, freschissimo, a Suzzara.
Sai che ti dico? Era buonissimo, e noi tre scoppiavamo a ridere. Certe assurdità geografiche succedono solo in Italia. O forse, semplicemente, era il destino che si intrometteva per accontentare la Regina Madre, visto che lei adora il pesce di mare e non sopporta i tortelli di zucca. Mistero risolto.

3. Palazzo Te: l’Arte e lo svago!
A pancia piena si ragiona meglio, quindi via verso Mantova, dove la Regina Madre custodiva un desiderio sospeso da anni: vedere Palazzo Te, finalmente.
Naturalmente abbiamo sbagliato ingresso (entrare dalla porta giusta è noioso), sbagliato lato, sbagliato percorso.
Poi, finalmente, dentro.
Io la storia la so, o meglio, me la ricordo a sprazzi. Avrei potuto tentare di spiegare un po’ di Giulio Romano, il Manierismo, Federico II, lo svago onesto, l’architettura che rompe le regole.
Ma parlare ad alta voce, con mia madre, mia sorella e gli altri visitatori che satellitavano attorno, mi avrebbe costretta a una performance che non avevo voglia di fare. E in fondo l’avevo deciso appena entrata: la bellezza, quella vera, non ha bisogno di me. Deve fare il suo lavoro da sola.
Così ho scelto il silenzio.
Ed è stato perfetto.

La Camera di Amore e Psiche — lussuria allo stato puro.
La Sala dei Cavalli — iperrealismo rinascimentale che sembra muoversi. Mia madre era affascinata.
La Sala dei Giganti — dove l’architettura ti cade addosso e tu ti senti piccola, schiacciata, felice.
E poi, quei segni: i graffiti dei Lanzichenecchi del 1630, le firme del saccheggio, la storia che si deposita anche dove non dovrebbe.
Vandalismi diventati patrimonio.
La Regina Madre, guardando i corpi affrescati, ha sentenziato:
“Mah… son tutti nudi. Sporcaccioni.”
Eppure sorrideva.
La bellezza aveva fatto il suo lavoro.

Epilogo
Siamo rientrate a casa senza epifanie, senza illuminazioni, senza morale da scrivere in fondo a un post.
Solo tre donne che hanno attraversato la pianura, le memorie, un pranzo di pesce di mare improbabile ma delizioso, i casolari, le oche, le nutrie, la Regina Madre e un palazzo pagano pieno di divinità nude.
Una giornata che non prometteva niente
e invece ha lasciato un segno sottile ma preciso.
A me — quel giorno — è bastato così.

