Ieri mattina, missione semplice: andare alla Posta per sbrigare una piccola commissione.
Semplice, sì — come fare una torta in cinque minuti o parcheggiare in centro il sabato mattina.
Arrivo, entro, e… “Causa guasto al server, le operazioni sono temporaneamente sospese.”
Perfetto. Il mondo moderno, quello delle app, dei codici OTP e della digitalizzazione, in tilt per un server giù.
Cambio strategia: decido di unire l’utile al dilettevole e vado a trovare mia mamma, che vive a una cinquantina di chilometri da qui. Il suo ufficio postale è grande, moderno, aperto fino a sera.
“Lì funzionerà tutto,” penso, avranno avuto modo di aggiustare il guasto.

Entro, prendo il numerino — quel piccolo rettangolo di carta che sigilla un patto antico: attendere con fiducia — e mi guardo intorno.
Il server, anche lì, era stato per ore fuori uso.
C’era una coda di anime sospese, come passeggeri in un aeroporto con il volo cancellato.
E in quell’attesa forzata, ecco i personaggi di un perfetto film corale italiano.
C’è il signore della mia età (sui 60 anni), elegante ma smarrito: aveva appena versato centomila euro (beato lui) e ora voleva trasferirne diecimila sulla prepagata. Peccato che non si ricordasse nemmeno la sua e-mail.
L’impiegato cercava di aiutarlo con pazienza certosina, ma dopo venti minuti ho visto nei suoi occhi il lampo di chi ha deciso di arruolarsi nei monaci eremiti e cernobiti.
Poi c’è la ragazza col pacco scomparso: vent’anni, voce tremante, rossetto perfetto e disperazione autentica. Dentro il pacco — lo dice con la serietà di chi annuncia una tragedia — c’erano articoli per make-up. “Tutti i miei trucchi preferiti!” ha detto, e lì ho pensato che ognuno ha le sue priorità.
I due nonnetti tecnologici, invece, sono stati il mio raggio di sole. Coordinati come un team di Formula 1, dovevano spedire un pacco gigante in l’Inghilterra, parlavano di nipoti e di università, cliccando e scansionando tutto dal cellulare. Hanno persino pagato online, col telefono, sorridendo compiaciuti. Io li avrei abbracciati.
Infine, i due ragazzi stranieri, che cercavano di spiegare (in un italiano improbabile) un problema con la carta prepagata. Si aiutavano a vicenda, gesticolavano tanto, ridevano, e facevano una tenerezza infinita. L’impiegato rideva meno!
Dietro il bancone, gli impiegati erano personaggi perfetti per un romanzo:
- il gentile e ironico, quello che cerca di alleggerire l’attesa con battute (“almeno ridiamo, che il server non ride”),
- il nervoso, con la mascella tesa e lo sguardo da “un’altra richiesta e scappo in Tibet”,
- il distaccato e impeccabile, che probabilmente dorme in giacca e cravatta e sogna ricevute protocollate.
E noi lì, un microcosmo in attesa, un piccolo esperimento sociale.
Ho pensato che anche osservare una coda alla Posta aiuta a capire chi siamo: l’educazione, la pazienza, la disperazione, l’empatia, la vita.
Tra uno sbuffo e un sorriso, il tempo passava.
Io, più che irritata, ero quasi… grata. Grata per quella mezz’ora sospesa che mi ha ricordato quanta differenza faccia l’atteggiamento: di chi lavora e di chi chiede.
Come sempre la gentilezza — quella vera, silenziosa, non performativa — cambia l’aria di un luogo, come una finestra aperta dopo giorni di pioggia.

E allora sì, nel silenzio rotto dai bip e dai sospiri, mi è venuto naturale pensare:
“Santa Pazienza, ora pro nobis.” 😇
Colonna sonora consigliata: “Waiting on the World to Change” – John Mayer
“La pazienza è la forma più alta di speranza.”
(attribuita a Leopardi, ma forse scritta da un impiegato delle poste durante un blackout del server) 😇
