Cronache di una spesa qualunque (che tanto qualunque non è)
C’è chi nei supermercati entra, compra, esce.
E poi ci sono io, che tra un’offerta e un’etichetta, non bado all’orologio e mi ritrovo in versione antropologa a sguardare in ogni direzione.
Il supermercato, in fondo, è un luogo di osservazione privilegiato: pieno di storie, di gesti piccoli e rivelatori — e di incontri che, a volte, sembrano scritti da un regista con molto senso dell’umorismo.
Lo ammetto: io nei supermercati perdo il senso del tempo.
Potrei entrare per comprare un pacco di biscotti e uscirne dopo tre ore con cinque carrelli colmi di ogni ben di Dio: formaggi, verdure, patatine, vino, birra e pure un detersivo per lavastoviglie che non so come sia finito lì.
NOTA BENE: io non ho la lavastoviglie!!!

E invece no, stavolta avevo una missione precisa: la spesa per una festa a sorpresa.
Due amici presto diventeranno genitori di una splendida bambina, e “la vecchia” (cioè io) doveva occuparsi del rifornimento gastronomico.
Sono partita di buon’ora, scendendo verso l’entroterra gardesano con i miei fedelissimi podcast in sottofondo — Bizzarri, Bordone e Ghittoni — e con il repertorio di canzoni d’autunno pronto per il ritorno (perché certe colonne sonore vanno gustate al momento giusto).
La Gardesana Orientale, in questa stagione, è un film d’autore: il lago mosso dal vento, il cielo di un blu sfrontato, l’edera rossa che scivola giù dai muri e dai sempreverdi.
Io, con la mia lista della spesa scritta e riscritta, mi sentivo quasi disciplinata.
Dentro il tempio dell’abbondanza
Una volta dentro l’ipermercato, però… ciao disciplina!
È un mondo a parte, un piccolo laboratorio umano.
Mi piace osservare la fauna da carrello — lo faccio educatamente, giuro — ma è più interessante di Netflix:
le mamme stressate, le nonne orgogliose, gli scapoli meditativi, le neo-mamme con lo sguardo pieno d’amore (e occhiaie).
E poi le coppiette che si baciano e si guardano negli occhi sospirando in ogni corsia, come se l’offerta del due-per-uno avesse proprietà afrodisiache.
Mi fanno sorridere: forse il romanticismo, oggi, passa più dalle corsie dei detersivi che dalle cene a lume di candela.
Lezioni di vino (e di sopravvivenza)
Mi ero ripromessa di non comprare nemmeno una di quelle cose buonissime che però non fanno bene alla mia linea molto morbida.
Niente cioccolato, niente formaggi, niente vino, niente birra, niente gelato.
Un eroismo alimentare degno di un monaco zen.
Ma poi, per completare la lista di prodotti per la festa, ho dovuto fermarmi davanti allo scaffale dei vini rossi.
Un muro infinito di bottiglie, etichette, nomi poetici e prezzi indecifrabili.
Pensavo: “Cazzerola, se fossero libri o musica saprei perfettamente cosa scegliere… ma col vino?”
E mentre riflettevo, mumble mumble, si materializza il primo ometto: sui settanta, occhi dolci, voce gentile.
«Vuole una mano?»
«Lo sa che questo Negramaro, al supermercato di Lazise, costa il doppio?»
Non avevo voglia di conversare, così ho risposto in tedesco qualcosa che suonava come:
«Grazie mille, ma sono di fretta.»
Errore.
Lui si è messo a parlare tedesco, con entusiasmo da pensionato poliglotta.
Per cavarmela, ho estratto il telefono e, fingendo una chiamata, ho sussurrato un teatrale:
«Schatzieee, wo bist du?»
L’ometto ha sorriso, ha capito (forse) e se n’è andato.
Cinque minuti dopo, ero ancora lì, con una bottiglia di Corvina in mano e la faccia indecisa di chi sta scegliendo il suo destino.
Ed ecco che arriva il secondo ometto: stessa età, stesso sguardo gentile, meno capelli.
Si ferma, mi guarda, indica la bottiglia.

«Quello è buonissimo, ed è in offerta. Si fidi.»
E se ne va, come un angelo del marketing.
Lì sì, mi sono sentita salvata.
E la mia autostima — già provata dalla messinscena linguistica di poco prima — è schizzata alle stelle.
La Meticolosa e l’arte del Tetris
Mi sono persino concessa un passaggio nell’area “Prodotti che presto saranno scaduti ma sono ancora buoni”: perché in fondo, anche le scadenze meritano una seconda chance, ed il mio portafoglio ringrazia!
Poi, alla cassa, la scena madre: davanti a me c’è la Meticolosa.
Un carrello pieno, pienissimo, e un metodo di scarico degno di un torneo mondiale di Tetris.
Ogni prodotto scivola sul nastro come una pedina studiata: latticini, conserve, detersivi — un’armonia quasi matematica.
La cassiera, impassibile, batte i codici a ritmo regolare, ma la Meticolosa non si scompone.
Ricarica tutto con calma scientifica nelle sue otto borse (portate da casa), calcolando pesi e volumi come un ingegnere del CERN.
Cinque minuti. L’eternità.
Noi in coda, un popolo in sospeso tra rassegnazione e illuminazione zen.
Riflessione da corsia
Quando finalmente tocca a me, sorrido.
E penso che sì, la vita è proprio un supermercato:
c’è chi corre, chi osserva, chi calcola, chi sogna.
E chi, come me, si perde tra i colori del lago e la varia umanità che popola il microcosmo del supermercato — e poi ne fa una storia.
🎵 Colonna sonora consigliata: “Perché no” – Lucio Battisti
Perché certe giornate meritano un sottofondo lieve e un po’ disincantato.
