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Attenborough mi ha fatto scoprire che gli sgombri hanno davvero la forma di un pesce

Ho acceso Netflix e mi sono ritrovata rapita da Sir Attenborough: una voce che racconta la natura con meraviglia e speranza, ricordandoci che il pianeta è nelle nostre mani.

Spoiler: non era rettangolare come nelle scatolette.

La nobile causa (che mi ha fregata)

Confesso: sono praticamente stata costretta. Una di quelle nobili cause che ti spingono a fare cose impensabili. Tipo guardare un documentario naturalistico.

La figlia dodicenne di un’amica doveva scrivere una relazione su un documentario e io, eroica, mi sono sacrificata. Ho acceso Netflix, ho messo su il primo episodio di Planet Earth con Sir David Attenborough e ho pensato: “Ok, mezz’oretta e poi torno alla mia serie di omicidi irrisolti.”

Attenborough lo conosco da sempre. Da ragazza avevo un suo libro del Readers Digest (lo conservo ancora, da più di 45 anni). Era affascinante allora, lo è rimasto oggi. Ritrovarlo sullo schermo è stato come rivedere un vecchio amico che non smette mai di stupirti.

La voce ipnotica e le immagini che non ti lasciano scampo

Sono stata rapita, stregata, ipnotizzata. Colpa della voce di questo vetusto Sir che sembra il nonno più saggio (e più avventuroso) del pianeta.

Attenborough non ti racconta la natura: te la mette in braccio. Con telecamere da fantascienza e immagini talmente nitide da sembrare in 3D, ti ritrovi davanti a un orso polare che pare chiedersi come sbranarti. Ogni dettaglio ti ricorda che la natura non è un documentario: è realtà viva, a un passo da noi.

La grande caccia e la danza della sopravvivenza

E poi arriva la realtà cruda.

I lupi canadesi che braccano i caribù in migrazione: pura coreografia tra vita e morte. In Africa, i licaoni orchestrano un attacco così coordinato nei confronti degli gnu che Napoleone al confronto era un dilettante.

E poi l’apoteosi: i delfini che assaltano gli sgombri, mentre gli uccelli marini piombano dall’alto per il banchetto. Uno spettacolo che insegna che la collaborazione non è sempre solidarietà, ma spesso pura sopravvivenza.
E sì, ho scoperto che gli sgombri hanno la forma… di un pesce. Io, finora, li conoscevo solo in scatola, rettangolari.

Ed ancora i fenicotteri in un lago salato: un’onda rosa infinita, un’immagine talmente potente che per un attimo dimentichi bollette, overtourism e la lista infinita delle cose da fare.

Fenicotteri rosa

Gli uccellini che fanno musical

Verso la fine di tutto questo, spuntano dei minuscoli, coloratissimi volatili, pronti a improvvisare un talent show. Ho visto un pennuto giallo fare le capriole, un altro ballare la Moondance e un terzo, blu e fucsia, che si faceva aiutare da due compari. Coreografie degne di Broadway per conquistare la signora uccellina.

E io, davanti allo schermo, a pensare: se un volatile di 20 grammi si inventa tutto questo per sopravvivere, forse anch’io posso affrontare la mia fame inesauribile, il tempo che non basta mai e perfino l’idea folle di re-iscrivermi all’università a quasi sessant’anni.

Sentirsi piccoli (ma non inutili)

La verità? Mi è piaciuto.

Per un’ora ho smesso di preoccuparmi del tempo, degli impegni e delle scartoffie, travolta da animali, foreste, oceani e dalla meravigliosa crudeltà della catena alimentare.

Ma soprattutto ho sentito quel che Attenborough comunica da sempre: speranza. Non una speranza ingenua, ma una speranza che sa di impegno. Perché la bellezza della Terra è immensa, ma fragile. Non basta guardarla, bisogna custodirla.

E allora sì, mi sento piccola, ma non inutile. Possiamo ancora fare la nostra parte: custodire ciò che abbiamo, scegliere con cura, trattare il pianeta come un dono fragile. Vorrei che chi verrà dopo di me potesse emozionarsi davanti alle foreste che respirano, agli oceani che cantano, alle montagne verdi (quelle di Marcella Bella 🎶), alle pianure che i fiumi accarezzano. 

Se lo dice Attenborough, che ha visto il mondo in tutta la sua gloria e la sua ferocia, non possiamo permetterci di ignorarlo. Tocca a noi rimboccarci le maniche.

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